Gradisca. Voci da oltre muro

“Siamo scappati da un paese con una dittatura, siamo trattati peggio che sotto la dittatura: pensavamo di essere in un paese democratico, un paese dove puoi ragionare ma qui non c’è niente di quello che avevamo sentito e saputo.”
Così racconta l’Italia un immigrato chiuso nel CIE di Gradisca, intervistato il 26 novembre da un’attivista della “Tenda per la Pace e i Diritti”. Nelle sue parole e in quelle di un altro recluso uno spaccato della vita nelle gabbie, un limbo al quale un prigioniero dice di preferire il carcere. Le foto che accompagnano le voci sono state scattate all’interno del CIE. Basta un’occhiata ai tavoli imbullonati a terra, ai graffiti, alle labbra cucite per sapere che questo è un lager, un lager della democrazia.
Ascolta qui l’intervista.

21 dicembre 2010. Fare chiarezza.
Ieri su un Macerie, un blog di informazione antirazzista, è comparso un post che pretendendo di voler fare chiarezza su certi preti e certi lampioni non ha trovato di meglio che buttare lì un’allusione maliziosetta a senzafrontiere, reo di aver ospitato le interviste di quelli della “Tenda per la Pace e i Diritti”.
I ragazzi in questione gestiscono uno spazio di incontro aperto ai rifugiati del CARA di Gradisca nei locali della parrocchia. Proprio a casa del prete che, nemmeno una settimana dopo l’inaugurazione dello spazio, ha benedetto i lampioni pagati da Maroni per rendere la vita difficile a chi salta il muro del CIE.
Noi, dalla casa del prete, ce ne saremmo andati. O, meglio, non ci saremmo mai entrati. Ma noi siamo anarchici, anticlericali, convinti che non si spezza il pane e non si condivide il vino con chi benedice i potenti.
Resta il fatto che parliamo, ci confrontiamo, e magari scazziamo con tutti quelli che, in modo diverso dal nostro, vogliono chiudere i CIE, perché in tempi come questi, tempi di barbarie e di violenza, preferiamo lasciare il settarismo per tempi migliori.
Riportare quelle interviste, citando la fonte, ci pareva un buon modo per raccontare quel lager.
Scrivono quelli di Macerie “Badate bene: non è che guardiamo con scandalo una iniziativa come questa dei pomeriggi in parrocchia. Ma che non la si metta in mezzo al movimento contro ai Centri, e che il movimento contro i Centri non dia troppa retta a chi la organizza. Semplicemente, perché sono due cose diverse, e metterle assieme vuole dire perdere ogni possibilità di chiarezza rispetto, ad esempio, alla prospettiva concreta che, una volta chiuso per restauro, il Cie di Gradisca non apra più.”
Un redattore di Macerie ci ha detto al telefono che intendevano così “aprire un dibattito”. I dibattiti noi li preferiamo franchi e diretti, senza le allusioni pedanti di chi ambisce al primo posto in classe.
Le interviste sui CIE che abbiamo riportato sopra sono un piccolo contributo alla lotta perché il centro di Gradisca non apra mai più.
I nostri nemici sono sui banchi del parlamento, nei consigli di amministrazione delle aziende. Quelli della “Tenda per la pace” in questi anni hanno partecipato alle lotte contro il CIE di Gradisca: hanno subito perquisizioni, si sono presi botte e denunce. In occasione dell’ultima rivolta erano lì davanti a dare sostegno: da soli. Speriamo che decidano presto di mandare il prete a farsi benedire. Ci auguriamo che decidano di rifiutare i finanziamenti di chi, con una mano da alle associazioni umanitarie e con l’altra a militari e poliziotti.
Resta il fatto che non li abbiamo scelti come compagni di strada, come non abbiamo scelto tanti altri con cui ci è capitato di intrecciare per qualche tempo i percorsi.
Siamo però convinti – e non da ora – che la forza delle nostre ragioni, le ragioni di chi sa che le gabbie si spezzano solo se il vento della rivolta e della resistenza le apre, è tale da non temere il confronto con chi si illude che questo mondo si possa aggiustare senza rompere la catena di comando e sfruttamento che marchia le vite di miliardi di esseri umani.
Sappiamo anche che per spezzare quelle gabbie occorre rompere la catena di consenso che le tiene serrate. Può capitare che chi incontri per strada passi poi dall’altra parte, a rendere più umana la gabbia, ma capita anche che al momento giusto, sia accanto a te a dar di piccone. Dobbiamo lavorare con umiltà a pazienza perché venga, e presto, quel momento.

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