Il lavoro uccide. La strage dei migranti

Tratto da Anarres.

A Torino, nell’anniversario della strage della Thyssen si torna a parlare di lavoro. Di lavoro che uccide, di padroni che lucrano, delle vite operaie che non valgono il costo di un estintore.
La strage dell’acciaieria torinese divenne storia collettiva perché la lunga agonia degli operai uccisi dall’incuria e dalla sete di profitto, in condizioni di lavoro che parevano storia di altri tempi, restituì alla nostra città la loro umanità. Ne abbiamo visto i volti, ascoltato lo strazio dei parenti, riconosciuto in loro quello che tanti di noi siamo o siamo stati.
Meno note sono le storie migranti, le storie dei lavoratori in nero, senza documenti, senza volto che muoiono più degli altri perché più ricattabili, più soli, più schiacciati dalle leggi che ne fanno mere pedine nel gioco del profitto. Eppure se oggi si vive peggio, se il lavoro è sempre più duro, se il ricatto dell’occupazione ci strangola, se gli omicidi bianchi e le morti nere si moltiplicano dipende anche dal nostro silenzio di fronte alla condizione dei nuovi schiavi, degli immigrati, senza carte e senza tutele, quando si accetta in silenzio la schiavitù di alcuni, si collabora a forgiare le catene per tutti.
Anarres ne ha parlato con Marco Rovelli, autore, tra gli altri, di “Servi” e “Il lavoro uccide”.

Ascolta l’intervista.

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