Category Archives: lavoro

Torino. Una piazza antirazzista

Venerdì 14 giugno, largo Saluzzo. Un’ottantina di persone hanno animato l’iniziativa antirazzista promossa dalla Cub in largo Saluzzo. All’assemblea di piazza hanno partecipato i ragazzi dell’ANPI della zona, che hanno raccontato della necessità che la memoria della Resistenza si coniughi … Continue reading

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Saluzzo. Braccianti sotto sgombero

Martedì 11 giugno. Dal 5 giugno era ormai esecutiva l’ordinanza del sindaco Allemano che sanciva lo sgombero dell’area dietro il Foro Boario a Saluzzo. Alternative non se ne vedono, il paradosso è il solito. Non ci sono le condizioni igienico-sanitarie minime perché gli immigrati abitino quell’area, allo stesso tempo però quelle braccia a basso costo servono. Soluzione: si accampino alla spicciolata senza creare problemi che acquistino una dimensione pubblica, si rendano più invisibili.
Riportiamo di seguito il comunicato diffuso su facebook dal Comitato antirazzista:
“150 migranti giunti per la raccolta della frutta e accampati sotto teli di fortuna non hanno trovato posto nelle strutture. Molti di loro non hanno un luogo dove stare dopo la chiusura, il 28 febbraio di quest’anno, dei campi per l’emergenza Libia. Un telo, un cartone bagnato e la speranza di un lavoro nella campagna della frutta sono le uniche cose che gli rimangono. Portiamo la solidarietà adesso.”
Nonostante la trattiva aperta con il comune all’alba dell’11 giugno si è presentata la polizia in assetto antisommossa per attuare lo sgombero della tendopoli. Sul posto sono accorsi alcuni solidali che hanno bloccato la strada per impedire ai camion dell’azienda per la raccolta dei rifiuti di entrare nel campo e alcuni avvocati che sono riusciti ad entrare.

Ascolta la diretta con Lele del Comitato antirazzista di Saluzzo realizzata dall’info di Blackout

Mercoledì 12 giugno
Ieri la polizia si è “limitata” a portare via le tende, senza cacciare i braccianti dall’area. Tutti gli immigrati hanno un permesso di soggiorno: sono in parte ragazzi reduci dall’emergenza nordafrica, altri vengono dalle regioni dell’est dove la crisi ha buttato in strada molti lavoratori stranieri, obbligandoli a migrazioni stagionali. Quest’inverno nella piana di Gioia Tauro, in estate in provincia di Cuneo.
Il comitato antirazzista ha cominciato una trattativa con il comune per avere un altro spazio, migliore, perché dotato di allacciamento elettrico e idrico.
I lavoratori e i solidali sono decisi a resistere e ad impiantare lì o altrove un nuovo campo.
Fanno appello alla solidarietà per le tende e alcuni tendoni per le cucine autogestite.
Venerdì 14 giugno una delegazione sarà a Torino nell’ambito della festa antirazzista promossa dalla CUB in largo Saluzzo. Appuntamento alle ore 18.

Ascolta l’aggiornamento di Lele
Qui puoi vedere il servizio del Fatto Quotidiano realizzato prima dello sgombero
Qui un articolo scritto da Lele per il blog Terre Libere, in cui viene raccontata la dinamica che porta allo sgombero.
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Migranti. Il buio oltre il filo spinato dei CIE

Per lunghi anni i governi di centro destra hanno giocato le proprie fortune sul tema del contenimento dei flussi migratori.
Entrare legalmente nel nostro paese è quasi impossibile: il meccanismo che rende clandestini è stato oliato con cura, messo al centro di una macchina tanto crudele quanto inutile.
Inutile perché il calo attuale dell’immigrazione è frutto della crisi e non della repressione.
Nell’ultima campagna elettorale il tema dell’immigrazione è pressoché scomparso, dimenticato, relegato nel limbo delle questioni che è meglio tacere.
Non conveniva parlarne al PDL e alla Lega che in tanti anni di governo hanno fallito tutti gli obiettivi dichiarati nella repressione della libertà di circolazione, non conveniva neppure al PD, la cui complicità attiva nella costruzione dell’apparato legislativo che ha imbrigliato le vite di migliaia di uomini, donne, bambini, non consentiva alcuna possibilità di smarcamento retorico, peraltro rischioso nella raccolta dei consensi. Non interessava neppure al M5S, il cui guru si è sin troppo spesso lasciato andare a dichiarazioni scopertamente razziste.
Oggi le condizioni di lavoro dei cittadini italiani, in regola con le carte, la cittadinanza, le residenza sono molto più vicine di un tempo a quelle degli immigrati, ricattati dalle leggi classiste che regolano l’ingresso nel nostro paese.
La condizione del lavoratore immigrato è stata modello per ridefinire le relazioni tra chi lavora e chi sfrutta il lavoro altrui. Oggi l’immigrato non è più un fantasma di cui avere paura, ma un poveraccio la cui condizione non è più tanto diversa dalla nostra.
La stessa macchina delle espulsioni si rivela sempre più inefficace. I CIE sono sempre meno luoghi di transito e sempre più luoghi in cui si sconta una pena che nessun tribunale ha sancito. Discariche sociali, nelle quali il fuoco della rivolta non sopisce mai del tutto.
D’altra parte dalla distruzione di Gradisca nel 2011 i governi hanno scelto la linea dura. Non ci sono più le camerate? Dormi in mensa! Non ci sono più materassi e coperte? Dormi per terra! Non ci sono più tavoli e sedie? Bivacchi sul pavimento!
Da allora le rivolte rivendicative hanno sempre più ceduto il passo alle sommosse per tentare la fuga.
Ormai, come raccontava qualche settimana fa una giovane avvocata, nel CIE di Torino “i materassi bruciano ogni notte”.
A Trapani come a Gradisca le fughe si susseguono alle fughe.

Anarres ne ha parlato con Marco Rovelli, autore di due libri sul lavoro migrante e i CIE, e con un attivista antirazzista triestino, Federico. Ascolta la diretta con Marco e quella con Federico
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Il lavoro uccide. La strage dei migranti

Tratto da Anarres. A Torino, nell’anniversario della strage della Thyssen si torna a parlare di lavoro. Di lavoro che uccide, di padroni che lucrano, delle vite operaie che non valgono il costo di un estintore. La strage dell’acciaieria torinese divenne … Continue reading

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Saluzzo. I forzati della raccolta della frutta

Saluzzo e i paesi intorno vivono di un’agricoltura florida, basata sulla frutta, dalle pesche ai kiwi. Ormai da qualche anno, all’inizio dell’estate arrivano in zona molti immigrati africani, per partecipare alla roulette alla raccolta. Si tratta di lavoratori quasi sempre … Continue reading

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Moderni Schiavisti

E’ di qualche giorno fa la notizia che un gruppo di immigrati nell’alessandrino ha trovato la forza di ribellarsi al sistema di sfruttamento bestiale a cui vengono sottoposti da anni nelle campagne della zona. A questo proposito pubblichiamo la testimonianza … Continue reading

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Blocchi e scioperi all’Esselunga di Pioltello

Non si ferma la lotta degli operai delle cooperative che gestiscono la logistica alla Esselunga di Pioltello. Nonostante la dura repressione – ormai trenta lavoratori tra cui tutti i 24 delegati sindacali – sono stati licenziati continua giorno e notte … Continue reading

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Caporali alla TNT di Piacenza. Gesconet o Gesco Nord?

Nelle scorse settimane vi abbiamo parlato della lotta dei lavoratori delle cooperative “Stella” e “Vega” impiegati alla TNT di Piacenza.
A quanto ci risultava le due cooperative sarebbero appartenute al consorzio Gesconet. Gesconet ci scrive minacciando azioni legali, perché Stella e Vega non avrebbero nulla a che fare con loro.
Nonostante i modi poco urbani e il dubbio che questi signori, dalla consolidata fama di caporali, facessero i furbi, cancelliamo ogni riferimento al consorzio dagli articoli sulla lotta alla TNT.
Poi, con calma, facciamo le dovute verifiche.
Stella e Vega appartengono al gruppo Gesco Nord, le firme sulle ipotesi di accordo riportano la sigla “Gesco”. La scritta “Gesco Nord” sulla magliette dei lavoratori TNT di Piacenza è pressoché identica a quella che compare nella testata del sito di “Gesconet”.
Poi tutto si chiarisce da se. Anna Barbati, a nome del gruppo Gesco, dichiara che Gesco Nord si è costituito all’inizio dell’anno e non ha nulla a che fare con Gesconet.
È la stessa TNT a smentire, forse inconsapevolmente, Barbati: “Gesconet è dentro la Tnt da anni e all’inizio dell’anno ha scorporato il consorzio in Gesco nord e Gesco sud. Le persone all’interno e la dirigenza sono le stesse”.
A questo punto decidiamo di approfondire. Ne vengono fuori delle belle. Circa un anno fa venne aperta un’indagine sul mancato rispetto delle norme di sicurezza nel trasporto di radiofarmaci all’aeroporto di Linate. Neanche a dirlo la logistica era appaltata al gruppo Gesconet.

Malgrado una certa reticenza in gran parte della stampa ufficiale, Gesconet compare regolarmente, a volte solo un accenno, tra i gruppi implicati nel cosiddetto “traffico di clandestini”.
Al di là delle definizioni quello che conta è che Gesconet e i suoi cloni successivi sono “caporali” più o meno legali, che sfruttano all’osso i lavoratori, giocando sulle leggi che rendono ricattabili gli stranieri, specie se privi di permesso di soggiorno.
Il gioco è semplice e brutale.
Spesso in molte cooperative della logistica i soci lavoratori con le carte in regola vengono costretti, attraverso diverse forme di mobbing, a dimettersi. Al loro posto vengono assunti lavoratori con permessi di soggiorno falsi: per loro il licenziamento apre le gabbie del CIE anticamera della deportazione.
Proprio alla Tnt di Piacenza, i primi lavoratori minacciati di licenziamento sono stati quelli cui stava per scadere il permesso di soggiorno che, senza un contratto di lavoro, non avrebbero potuto sottoscriverne un altro.
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GFE. Una lotta di tutti, una sconfitta di tutti

Mercoledì 13 luglio si è conclusa la lotta dei lavoratori della GFE. Una sconfitta, una sconfitta che brucia dopo quasi un anno di scioperi, presidi permanenti, scioperi della fame e della sete e iniziative di solidarietà.
L’accordo prevede l’assunzione prioritaria alla SNATT per un massimo di 80 lavoratori su 180. Il vice presidente della Provincia si fa garante che gli 80 rinunceranno alla causa civile in corso contro l’azienda.
Gli altri 100 lavoratori verranno “spalmati” tra altre cooperative di LegaCoop, dove spesso le condizioni di lavoro sono appena migliori che alla GFE.
Non vi è un impegno preciso all’applicazione del contratto nazionale (finora è stato applicato il contratto UCI, decisamente peggiore del nazionale). C’è solo una generica dichiarazione di intenti per “un adeguamento al contratto nazionale siglato dai sindacati confederali”.
Dopo la firma dell’accordo e l’approvazione da parte dei lavoratori le istituzioni locali (provincia in primis), la CGIL e i padroni hanno fatto dichiarazioni trionfali.
La sconfitta dei lavoratori disinnesca una bomba sociale che rischiava di fare da detonatore nelle tante situazioni lavorative simili alla GFE.
Dicono che l’accordo sia frutto di trattative durate un’intera giornata e che sia stato approvato dalla maggioranza (5 voti contrari e 70 favorevoli) dei lavoratori.
La verità è un’altra. L’accordo era stato concepito da giorni, le centrali sindacali ne erano al corrente e stavano lavorando ai fianchi i lavoratori in lotta. Un gioco sporco che mirava a dividerli, mettendo in cattiva luce chi dava loro sostegno al di fuori della CGIL. Un accordo imposto spaventando i lavoratori, stremati dopo una lotta lunghissima. Proprio il giorno prima si era scatenato il panico perché ad alcune famiglie di lavoratori erano state tagliate, per morosità, luce ed acqua. Un caso?
Il PD e la CGIL si sono schierati dalla parte del padrone, per l’armonia sociale, perchè c’è la crisi e bisogna tutti tirare la cinghia e fare sacrifici.
Il sindacato non ha voluto generalizzare la lotta della GFE, che doveva essere una lotta di tutti e rischiava di innescare un processo di scardinamento del sistema di sfruttamento cooperativo che regge buona parte dell’economia emiliana. Si è fatto di tutto perché questi lavoratori si sentissero isolati, trasformando una questione sociale generale in un problema circoscritto ai soli lavoratori della GFE.
Questa vicenda mostra, se mai ce ne fosse bisogno, che le lotte, per avere una possibilità di vittoria, devono essere condotte dai lavoratori stessi, senza deleghe. Continue reading

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Ancora sciopero e blocchi alla TNT di Piacenza

Continua la lotta dei lavoratori alla TNT di Piacenza. Dopo le mobilitazioni di venerdì 8, il tavolo di trattativa previsto per il lunedì successivo si era rivelato un mero tentativo di sedare le lotta da parte della dirigenza delle due cooperative Stella e Vega, del gruppo Gesco Nord, già fin troppo noto per simili vicende di caporalato legalizzato.

La contropartita richiesta da capi e capetti in cambio di qualche timida e vaga concessione era stata la totale estromissione del sindacato Si Cobas che sta seguendo la vertenza.

Ma la risposta dei lavoratori non si è fatta attendere a lungo: rifiutata l’inaccettabile proposta dei padroni e la vergognosa offerta dell’importo di 100 euro a chi avesse restituito la tessera, hanno organizzato per la serata giovedì 14 luglio, un nuovo picchetto davanti all’azienda, con blocco dei camion in entrata e in uscita. Circa duecento, in gran parte lavoratori di Vega e Stella, insieme ad un gruppo di solidali, si sono ritrovati per più di cinque ore davanti ai cancelli. “Padroni di niente, schiavi di nessuno”, rivendicando i propri diritti e l’applicazione del contratto nazionale, denunciando le buste paga fittizie e chiedendo le dimissioni dei caporali “Ci avete sfruttato abbastanza, adesso è arrivato il momento che ve ne andiate”. L’infamia dei padroni si è palesata immediatamente: circa trenta lavoratori avevano già iniziato il turno e al loro tentativo di unirsi allo sciopero la reazione è stata il ritiro del badge d’accesso e la minaccia del licenziamento.

E mentre le forze del disordine schieravano le macchine dei carabinieri nel cortile e gli uomini della d.i.g.o.s. si affannavano a tradurre dall’arabo le decisioni prese dai lavoratori in assemblea, la dirigenza ha proposto un nuovo tavolo di trattativa per lunedì prossimo. Inutile dire che le aspettative sono scarse, ma determinazione nel dire basta è tanta, basta allo sfruttamento, basta alle perquisizioni personali da parte dei caporali in uscita dal lavoro, ai ritmi massacranti intervallati dall’imposizione di assurde pause non retribuite e alle continue minacce di licenziamento, perpetrate soprattutto nei confronti di chi, perdendo il lavoro, rischierebbe di perdere il permesso di soggiorno. Il presidio si è sciolto poco dopo l’una di notte ma la lotta non si ferma e sono previsti altri appuntamenti, sia prima, sia dopo il tavolo, se le cose non cambieranno davvero.
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Piacenza. Blocco ai cancelli della TNT

Dopo la lotta alla Ceva Logistica a Cortemaggiore siamo ancora a Piacenza. I lavoratori delle cooperative Stella e Vega associate al consorzio Gesco Nord, tutti immigrati provenienti dal Marocco e dall’Egitto sono scesi ieri pomeriggio in sciopero spontaneo bloccando i cancelli d’ingresso del magazzino dell Tnt di Piacenza. Siamo nel polo logistico: per tutti i politici il fiore all’occhiello della nuova economia della città. I lavoratori in sciopero, circa 150 su 300, sono stanchi di essere trattati come schiavi e chiedono la mera applicazione del Contratto Collettivo Nazionale dei Lavoratori del settore commercio, sistematicamente non applicato dalle cooperative.
Ogni mattina ed a ogni inizio turno tutti i soci lavoratori delle cooperative, che hanno l’appalto per la movimentazione merci (carico e scarico dei camion che portano la corrispondenza) si presentato ai cancelli ma a solo alcuni è poi concesso di entrare al lavoro: il nuovo caporalato che ben tipico di tante cooperative della logistica. I lavoratori raccontano di essere stati sottoposti a perquisizioni corporali e di indennità di malattia in nero e sempre variabili.
I lavoratori, organizzati dal SI Cobas, hanno deciso di opporsi alla nuova schiavitù in cui sono costretti a lavorare. Lottano sia contro le cooperative da cui sono stati assunti, alcuni anche a tempo indeterminato, e della Tnt che è complice dello sfruttamento e del ricatto contro i lavoratori.
Le buste paga spesso sono a zero o ammontano a pochi euro: il resto viene pagato in nero.
Con la divisa della Gesco Nord e le scarpe infortunistiche, coraggiosi e determinati, i lavoratori, sempre sotto il ricatto della perdita del permesso di soggiorno, hanno resistito ai tentativi di uscita di alcuni camion e si sono opposti alla richieste della dirigenza e della polizia di spostare il presidio.
La fila di camion è diventata molto lunga e gli animi si sono surriscaldati, mentre le perdite economiche per la Tnt aumentavano.
Si presenta la Digos in blocco, che filma per tutta la giornata, due auto della polizia e una dei carabinieri. Nell’aria non c’è un intervento immediato: sono stati colti di sorpresa. I compagni presenti hanno sostenuto i lavoratori nel blocco dell’ingresso e l’uscita dei camion, nei vari punti, dalle 18 alle 21,30: nel corso della giornata i proprietari hanno proposto, prima di incontrare alcuni soci lavoratori senza il sindacato, poi di incontrare anche i rappresentanti del sindacato.
Il risultato è stata la garanzia della firma di un verbale di accordo per l’applicazione del contratto nazionale per tutti i lavoratori delle cooperative. Alle 21,30 il blocco è stato tolto. Ci saranno ancora alcuni momenti di tensione perchè la TNT pare intenzionata a lasciare fuori i lavoratori che hanno protestato: il blocco riprende e in breve entrano tutti.
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Riparte la lotta contro la sanatoria truffa

Dopo la circolare del Ministero dell’Interno che, dopo aver illuso chi aveva avuto un diniego per “doppia espulsione”, in molte città sta riprendendo vigore la lotta contro la sanatoria truffa. Una lotta che, oltre agli esclusi dalla circolare Manganelli, coinvolge i lavoratori immigrati truffati dai propri datori di lavoro per i quali l’uscita dalla clandestinità è comunque preclusa.
Il 25 giugno in numerose località si svolgerà una giornata di iniziative. Leggi qui l’appello.
A rendere ancora più rovente il fronte dell’immigrazione, il decreto governativo del 16 giugno che prolunga a 18 mesi la possibilità di reclusione nei CIE.
L’estate degli antirazzisti è appena cominciata.
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Picchetto e sciopero alla Ceva Logistica

La lotta dei lavoratori delle cooperative della logistica si estende e si radicalizza. Questa volta siamo a Cortemaggiore in provincia di Piacenza. In ballo c’è il meccanismo perverso delle coop/caporali, ossia le cooperative che nascono – e muoiono – al solo scopo di garantire alle aziende lavoratori usa e getta, senza pastoie normative, senza tutele.

Sono le cinque mezza del mattino del 24 maggio. Ci sono una trentina di persone, tra operai ed attivisti del coordinamento di sostegno alla lotta delle cooperative. Sono ormai tre anni che va avanti la lotta contro la schiavitù legale. Gli operai della Ceva di Cortemaggiore sono stati contagiati dalla lotta vittoriosa di un anno e mezzo fa alla FIEGE Borruso di Brembio.
Il presidio si trasforma subito in picchetto con blocco delle merci in entrata: la maggior parte dei lavoratori partecipa allo sciopero. Sul tappeto il salario ridotto di fatto di ben 250 euro al mese per l’azzeramento degli scatti di anzianità, per gli straordinari (sotto)pagati in nero, per i mancati passaggi di livello. Ducis in fundo il mancato indennizzo mensa.
Qui come altrove, al di là delle richieste economiche c’è la sete di dignità di lavoratori per il 99% immigrati.
La trama dello sfruttamento è sempre la stessa: quelli della Ceva dipendono dalla Asso srl, che fa parte del consorzio CAL, lo stesso che impiega i suoi operai alla Bennet di Origgio e Turate.

Il 24 maggio l’effetto sorpresa è determinante: i camion cominciano ad ammucchiarsi all’ingresso dei cancelli picchettati. i caporali vanno in affanno, i potenziali crumiri non osano affrontare il picchetto, la produzione si blocca, il danno si accumula.
Dopo un paio d’ore arrivano tre macchine e un cellulare dei carabinieri che, provano – senza troppa convinzione – a dissuadere gli operai dal continuare il picchetto. Al rifiuto dei presidianti entrano nell’azienda a far finta di cercare lavoratori in nero regolarmente utilizzati dalla cooperativa per far fronte ai picchi di lavoro di fine mese.
Arriverà più tardi il responsabile della CAL (tal Chiari, già conosciuto ad Origgio tre anni fa) che si dichiara disponibile ad accogliere le richieste degli operai fissando un incontro, minacciando velatamente la chiusura dell’impianto per la “crisi”.
La lotta prosegue.
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Sfruttamento in salsa emiliana. La lotta dei lavoratori GFE

Vi abbiamo già parlato dei lavoratori della GFE, in lotta per il lavoro e il salario. Vi proponiamo un lungo articolo in cui si ricostruisce la loro vicenda, una vicenda che mostra tutta la sottile ipocrisia del sistema di sfruttamento feroce, che è il tratto distintivo della cooperazione.
In fondo trovate anche un numero di conto corrente per sostenere questi 185 lavoratori in lotta dallo scorso dicembre. La cassa integrazione arriva solo ogni tanto e molti fanno fatica ad andare avanti. I soldi raccolti sinora hanno permesso a molte famiglie di resistere alle pressioni di chi vorrebbe piegarne la resistenza.

Dal novembre del 2010 180 operai della cooperativa GFE di Campegine (RE) sono in lotta per il mantenimento del posto e per il miglioramento delle condizioni di lavoro.
La GFE è una delle tante cooperative emiliane che sono cooperative solo di nome: dietro il paravento della cooperazione si nasconde una realtà di miseria, sfruttamento, mancata applicazione dei contratti nazionali, ricatti, salari bassissimi. Il nome “cooperativa” serve solo ad ottenere sgravi fiscali a tutto vantaggio delle dirigenze e ad entrare nel circuito delle associazioni come Legacoop o Confcooperative.
Questa cooperativa ha come unico cliente la Snatt, azienda facente parte del gruppo Fagioli, fornitore di piattaforme logistiche e trasporti eccezionali. In pratica i lavoratori della GFE, tutti immigrati indiani e pakistani lavorano esclusivamente per la Snatt, prendono ordini da caporeparto della Snatt ma permettono alla Snatt di spendere molto meno e alla dirigenza della cooperativa di lucrare ampliamente. I salari oscillano tra i 3,50 e i 5 euro all’ora: dipendenti diretti costerebbero molto di più.
Ripercorriamo insieme le principali fasi di una protesta che sta diventando un caso politico difficilmente gestibile nella pacificata provincia reggiana.

La vicenda comincia nel luglio dello scorso anno con uno sciopero per l’applicazione del contratto nazionale del settore trasporti. Si apriva una vertenza con sviluppi impetuosi: a dicembre 2010 la Snatt recide il contratto con la GFE, perchè i costi, con l’applicazione del contratto nazionale diventano troppo alti. Gli operai vengono informati via sms, la GFE viene sciolta e vengono create due nuove cooperative, Emilux e Locos Job, in cui confluiscono i soci che accettano un contratto con meno garanzie.

Dietro l’operazione, non c’è bisogno di dirlo, erano i soliti noti: l’ex presidente della GFE e alcuni suoi stretti collaboratori e la dirigenza della Snatt.

I lavoratori non ci stanno, si ribellano. A dicembre parte un presidio permanente dei lavoratori della cooperativa davanti ai cancelli della Snatt. Sono sostenuti da una parte della CGIL e da settori del movimento reggiano.
Il sindacato chiede al tribunale l’applicazione della procedura d’urgenza per il reintegro dei lavoratori nell’azienda: a in marzo il tribunale la respinge. I tempi per una procedura ordinaria, sarebbero stati di anni, inaccettabili per i lavoratori, che si trovavano senza lavoro e senza reddito, poiché la cassa integrazione viene erogata a sprazzi.
Le istituzioni politiche reggiane, comuni e Provincia, continuano a far finta di nulla: d’altra parte i lavoratori immigrati non votano e non val la pena sostenerli.
In aprile la situazione per gli operai in lotta è disperata: stremati dalla mancanza di entrate economiche, diverse famiglie rischiano lo sfratto o il taglio delle utenze di base, la procedura d’urgenza bloccata, cassa integrazione che non arriva, scarse possibilità di vincere la lotta dato l’immobilismo della CGIL.
In questo clima matura la decisione estrema di proclamare uno sciopero della fame e della sete ad oltranza. Lo sciopero viene proclamato senza avvertire prima il sindacato e questo è indicativo della fiducia che i lavoratori ripongono nella CGIL.

La classe politica locale si sveglia improvvisamente: il sindaco di Campegine si presenta al presidio assicurando che farà il possibile per riavviare le trattative e pigliandosi gli insulti dei lavoratori. Nei giorni successivi diversi lavoratori vengono ricoverati a causa di malori dovuti alla disidratazione. Venerdì 22 aprile c’è un incontro presso la provincia di Reggio Emilia: il Comitato No Pacchetto Sicurezza indice un presidio di solidarietà con i lavoratori.
Ed ecco il colpo di scena: la Snatt e le due cooperative cedono accettando di assumere, in diversi spezzoni, i 180 lavoratori rimasti esclusi, applicando il contratto nazionale. Nel frattempo la Regione si fa carico di pagare la cassa integrazione arretrata.
Dei padroni bisogna sempre diffidare: gli accordi, per quanto scritti, firmati e controfirmati, non vengono rispettati: le cooperative e la Snatt nicchiano, la Regione non paga la cassa. La Snatt prepara un documento in cui si sostiene che l’azienda ha agito correttamente: tra pressioni e ricatti lo firmano più di 400 operai delle cooperative che ci lavorano. Il documento viene depositato in tribunale e come “prova” per la causa civile. Dato che il tribunale deve valutare la pertinenza del documento per metterlo agli atti, l’udienza viene rinviata dal 5 al 23 giugno.
La cassa integrazione di gennaio e febbraio arriva solo il 5 maggio, guarda caso in coincidenza del nuovo incontro in Provincia tra le parti. In questo incontro, seguito da vicino da un folto presidio di lavoratori e solidali, le carte vengono sparigliate del tutto: niente assunzione nelle cooperative già esistenti ma formazione di una nuova cooperativa composta dai 185 lavoratori in lotta, cui la Snatt si impegna a fornire lavoro per un tot di anni. Neanche a dirlo, una proposta indecente: niente impedirebbe alla Snatt di non rinnovare il contratto alla scadenza o di cambiare ragione sociale tra qualche mese invalidando gli accordi.
La proposta viene respinta dai rappresentanti degli operai e la lotta va avanti.
Nel frattempo le varie reti di solidali raccolgono fondi e generi di necessità che vengono mano a mano consegnati ai lavoratori.conto corrente IBAN: IT94O0538712802000001988307 intestato a “Flavia Prodi referente sottoscrizione pro lavoratori GFE”

Questa vicenda mostra quanto il tanto decantato “modello emiliano”, basato sulle cooperative, sia oramai marcio. L’universo cooperativo è parte integrante e preponderante del sistema di potere politico ed economico della regione, tenendo in mano diversi settori fondamentali: buona parte dell’edilizia, la grande distribuzione, i servizi alla persona, parte del sistema creditizio-assicurativo, servizi logistici e lavoro interinale. È un sistema che della cooperazione delle origini ha conservato ben poco e dove i soci lavoratori non hanno peso nelle decisioni, affidate a gruppi ristretti di potere, spesso trasversali alle diverse coop. Un sistema funzionale alle logiche di profitto e sfruttamento con tanto di regime fiscale favorevole. Il PD lo presenta come sistema alternativo alla barbarie dell’impresa privata ma è in realtà identico. Cambia solo il nome.

La lotta degli operai della GFE continua, nel silenzio assordante delle istituzioni locali che amano riempirsi la bocca di parole quali “solidarietà” e “partecipazione” ma nei fatti dimostrano di essere vili profittatori. Gli immigrati non sono appetibili per i vari politicanti perché non sono cooptabili dentro il sistema democratico-clientelare delle elezioni. Mentre è facile banchettare su lavoratori sempre sotto ricatto, perché per loro il diritto legale al soggiorno dipende dal lavoro.

Chiunque voglia dare un contributo solidale alla lotta: Continue reading

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Reggio Emilia. Lavoratori della GFE in lotta

Duecento lavoratori immigrati della GFE sono in sciopero della fame e della sete. Ancora una lotta contro il nefasto sistema di appalti alle cooperative. Questa volta è toccato a quasi 500 lavoratori della cooperativa di facchinaggio GFE essere vittime di questi ingranaggi. Ecco un sunto della vicenda in un comunicato di solidarietà del Comitato Nopacchettosicurezza di Reggio Emilia:
“La questione ha preso forma nel luglio scorso quando, dopo la firma dell’accordo sindacale che prevedeva l’applicazione del contratto nazionale in GFE, l’impresa Snatt, presso cui lavoravano, aveva manifestato la volontà di rescindere il contratto di appalto con la cooperativa GFE in favore di altri subappaltatori, lamentando un aumento dei costi non sostenibile.
I lavoratori sono stati informati del licenziamento dalla cooperativa tramite un sms che comunicava: “Informiamo tutti i soci GFE che non siamo più fornitori di Snatt…”
Scoprendo poi che Snatt aveva riassegnato l’appalto ex GFE a due nuove cooperative nate in concomitanza con la chiusura di GFE stessa: Emilux e Locos Job, in cui infatti sono confluiti parte dei 500 soci lavoratori di GFE che hanno accettato minori tutele contrattuali. Circa 200 lavoratori si sono opposti a questo trasferimento rimanendo senza lavoro; da allora hanno lottato con manifestazioni e presidi, fino ad arrivare a questi giorni e alla proclamazione dello sciopero della fame e della sete.
Questa estrema forma di lotta è la conseguenza dell’ennesimo rinvio dal tribunale a cui si erano rivolti per riottenere il lavoro e i diritti che spettano loro, e della condizione economica che le loro famiglie stanno vivendo a causa dei licenziamenti e dal mantenimento del presidio permanente dal novembre 2010.”

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Torino. Alpino impacchettato e corteo migrante

Torino, Primo Marzo. Un enorme telo di plastica nera ha impacchettato il Totem all’Alpino. Sul tronco che ne regge il testone è stato piazzato un grosso cartello con la scritta “via gli alpini dalla città”.
Non poteva che iniziare così la giornata di lotta migrante a Torino. Gli alpini sono nelle nostre strade e nel centro di corso Brunelleschi da ormai due anni. Sono gli stessi che ammazzano in Afganistan. Sei mesi là e sei mesi qua. A fare la guerra ai poveri.
Poi si parte. Italiani e immigrati insieme per una giornata che riprende il filo rosso delle lotte dell’autunno contro la sanatoria truffa, per i documenti, contro la schiavitù del lavoro, per la chiusura dei CIE.
Sullo sfondo l’eco delle rivolte in Nordafrica, l’orgoglio dei maghrebini che si sono ripresi un pezzo di libertà, uno scampolo di futuro.
Una rivolta che sta contagiando i CIE di tutta Italia, cominciando da quello di Gradisca, che gli immigrati l’hanno demolito, stanza dopo stanza. E che è arrivata anche a Torino, dove la sera prima era andata a fuoco la sezione gialla.
In testa al corteo sul camion di apertura uno striscione rosso con la scritta “Noureddine, omicidio di Stato”. Il corteo è dedicato all’ambulante di Palermo, morto dopo una lunga agonia. Aveva le carte a posto e sperava che presto sua moglie e la sua bambina potessero venire in Italia.
Di questo sogno banale ed umano non resta più nulla. Noureddine è morto. Per una settimana, giorno dopo giorno, aveva subito i controlli dei vigili, impegnati a far rispettare i regolamenti “sul decoro urbano”. Non ne poteva più. Ha preso una tanica, si è cosparso di benzina e l’ha accesa.
Noureddine è stato ammazzato. Ammazzato dalle leggi di uno Stato che nega un futuro a chi arriva nel nostro paese sperando in una vita migliore. Ma qui trova solo sfruttamento bestiale, discriminazione, razzismo.
Anche a Torino per poco non ci è scappato il morto. In mattinata un immigrato cui era stato negato il permesso di soggiorno, si è dato fuoco nel cortile dell’Ufficio della Questura di corso Verona. Le fiamme che lo hanno avvolto sono state subito spente e lui se la caverà. Non si spegne invece la rabbia per i tanti morti da cui è segnata la pur breve storia dell’immigrazione nel nostro paese.

Il corteo percorre le strade di S. Salvario per poi dirigersi verso il centro. La gente si avvicina, prende i volantini, fa domande. Musica e interventi si alternano dai vari impianti.
In via Po compare una scritta sulla filiale dell’Unicredit “Questa banca arma Gheddafi”. Il faccione del dittatore libico è anche in testa al corteo, armato di una falce insanguinata “made in Italy”.
Si finisce in piazza Castello con gli immigrati che spingono sino al Palazzo della Regione, dove si sosta a lungo, fronteggiando quelli dell’antisommossa, mentre la piazza si riempie di musica, parole, slogan.
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Torino. Occupata “obiettivo lavoro”. Domani corteo migrante

Torino, lunedì 28 febbraio. In mattinata una trentina di antirazzisti hanno simbolicamente occupato per circa un’ora l’agenzia interinale “Obiettivo lavoro” di via Milano. Obiettivo lavoro fa intermediazione di colf e badanti per conto del Comune di Torino. Fuori, ben prima dell’apertura c’è una lunga fila di lavoratrici in attesa. Oggi è giorno di paga. La maggior parte sono straniere, ma non mancano le italiane. La povertà è senza frontiere.
In strada, davanti all’ingresso viene aperto lo striscione “Primo Marzo corteo antirazzista”, nell’agenzia echeggiano i ritmi della Samba Band.
I caporali dell’agenzia si dividono i ruoli: c’è quello buono e dialogante e quella irosa che inveisce. Le donne che entrano prendono i volantini, poche vanno via veloci, altre si fermano e chiedono, qualcuna ammicca complice.
Un’antirazzista spiega le ragioni dell’azione, ricorda il ricatto cui sono sottoposti i lavoratori e le lavoratici immigrate, l’indecenza del caporalato legale, che agisce in guanti bianchi ma fa girare veloce l’ingranaggio dello sfruttamento all’osso di colf e badanti.
Il caporale buono prova a interloquire, proclama la propria onestà, difende il proprio ruolo. Viene freddato da una lavoratrice che uscendo ci sussurra “gli chieda come mai loro intascano 11 euro l’ora e noi ne prendiamo cinque”. Quel sussurro, amplificato dagli antirazzisti, mette nell’angolo il caporale buono.

Riprende la samba con slogan e tamburi. Nel frattempo è arrivata la digos che si affanna a chiamare rinforzi. Quando arrivano i gipponi dell’antisommossa gli antirazzisti sono già nel cuore del mercato di Porta Palazzo, dove suonano, volantinano, fanno comizi volanti.
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Palermo. Noureddine che si è dato fuoco

Noureddine Adnane ha 27 anni ed è nato in Marocco. Vive in Italia dal 2002 e si guadagna da vivere facendo l’ambulante. Lo conoscono tutti nel quartiere, e tutti gli vogliono bene, al punto che i palermitani lo chiamano “Franco”. Noureddine riesce a portare a casa una ventina di euro al giorno. Mette i soldi da parte, con ostinazione e speranza, perché vuol far venire in Italia sua moglie e la loro bambina di due anni.
Ma a Palermo i venditori ambulanti, specialmente immigrati, devono fare i conti con la polizia municipale: retate nei mercatini, ispezioni, multe, sequestri della merce, intimidazioni. Noureddine non è un abusivo, ma riceve la visita dei vigili urbani per cinque volte in una settimana: davvero troppo per chi deve sbarcare il lunario tra mille difficoltà.
Di fronte all’ennesimo controllo, alla minaccia di sequestro della merce, Noureddine si è sentito solo e in preda al panico, ha preso la benzina, se l’è versata addosso, e s’è dato fuoco. Il vigile urbano che stava redigendo il verbale cerca di coprire le fiamme col giubbotto, mentre gli avventori di un bar tentano di spegnere con l’acqua delle bottiglie quella torcia umana. Il corpo di Noureddine è tutto ustionato, e viene ricoverato d’urgenza all’ospedale Civico dove sta lottando contro la morte.
Questo è il prodotto dell’esasperazione che nasce dalla repressione dilagante nei confronti degli immigrati, dei poveri, dei senza-carte, anche a Palermo.
L’anno scorso le forze dell’ordine si sono scatenate più volte a piazzale Giotto: pistole spianate ed elicottero che volteggiava sul mercatino settimanale. Un incredibile spiegamento di uomini e mezzi per dar la caccia a chi vende cinture o borse a buon mercato. Per non parlare della persecuzione nei confronti dei lavavetri ai semafori, con retate in grande stile contro “pericolosi clandestini” armati di secchio e tergicristallo.
A Palermo è in vigore dall’anno scorso la famigerata ordinanza per il “decoro urbano”, uno dei tanti provvedimenti con cui – in tutta Italia – i sindaci hanno applicato le direttive del pacchetto-sicurezza. La legalità si svela per ciò che è realmente: l’esercizio del potere per schiacciare i più deboli.
Nella Sicilia vessata dal potere mafioso e dal malaffare politico, la “sicurezza” viene garantita perseguitando i soggetti più vulnerabili, come se in questa terra il problema fossero i lavavetri ai semafori o gli ambulanti che vendono la roba sui marciapiedi.
Noureddine voleva solo lavorare in pace e il suo gesto è un urlo assordante contro l’ingiustizia e la criminalità del potere.
Sabato 19 febbraio. Noureddine non ce l’ha fatta: è spirato questa mattina. Continue reading

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Torino. Antirazzisti al mercato

Sabato 29 gennaio un gruppo di antirazzisti della Rete “10 luglio antirazzista” si è dato appuntamento al mercato di Porta Palazzo per un presidio informativo. Il presidio è quasi subito diventato itinerante. Gli antirazzisti, aperti due striscioni, “Torino è antirazzista” e “W le rivolte nei paesi arabi”, sono partiti, seguiti passo passo dalla polizia politica. Al ritmo della Samba Band hanno fatto un lungo giro, chiudendo la giornata nella piazzetta del Balon.

Di seguito il testo del volantino, in italiano e arabo, distribuito tra i banchi del mercato, che invita all’assemblea antirazzista del 31 gennaio. Appuntamento in corso Ferrucci 65a
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Allungare la miccia. Sul decreto flussi

Il 30 novembre il governo ha emanato il decreto flussi per il 2011. Il decreto autorizza oltre 80mila ingressi – di cui circa 50mila per lavoratori subordinati provenienti da paesi che hanno accordi di cooperazione in materia migratoria con l’Italia – e permetterà la conversione di 12mila permessi di soggiorno, rilasciati ad altro titolo, in permessi per lavoro.
Il decreto flussi è una sanatoria mascherata. Nel nostro paese entri regolarmente se hai già in tasca il contratto di lavoro, ma nessuno entra così, perché nessun padrone ti prende senza averti mai visto. Nel 2011 non arriverà nessuno, se non quelli che riusciranno a sbarcare da una carretta, o a fingersi studenti o turisti. Gli altri, quelli del decreto, sono già qui. Lavorano in nero nei cantieri, nelle officine, nei campi. Chi trova un padrone disposto a regolarizzarlo – purché ovviamente si paghi le spese -presenta la domanda. Poi parte l’attesa. Possono passare mesi e mesi prima di ottenere il nulla osta. A questo punto basta uscire dall’Italia in punta di piedi, clandestinamente, ti rechi all’ambasciata italiana nel tuo paese dove ritiri il documento che ti consentirà di (ri)entrare da regolare. Una sceneggiata tanto stupida quanto volgare.
Così il governo mantiene intatta la propria immagine da duro contro i clandestini. Il prezzo, in soldi, tempo, rischi lo pagano gli immigrati.
Il governo Berlusconi, che sul contrasto all’immigrazione ha fondato una parte non trascurabile delle sue fortune, per quasi tre anni si è ben guardato dal fare il decreto flussi, ossia di indicare, come prescrive la legge, il numero di immigrati che possono entrare regolarmente in Italia nell’anno successivo.
Val la pena di chiedersi come mai, proprio quest’anno – nonostante la crisi – il governo abbia fatto il decreto. Una scelta strana per un governo che rischia di dover chiudere in anticipo la sua avventura e che si presenterà alle urne, sbandierando la propria inflessibilità.
L’autunno appena trascorso non è stato un autunno come gli altri. Gli immigrati vittime della sanatoria riservata colf e badanti del settembre 2009 hanno alzato la testa. La lotta il cui emblema resta la gru di Brescia ha attraversato le comunità migranti del paese, mettendo in difficoltà il governo, perché, per la prima volta, gli immigrati sono riusciti a rompere il clichè mediatico che li dipinge come clandestini, delinquenti, pericolosi. Un lavoratore che vuole il pezzo di carta per mettersi a posto riesce a catalizzare intorno alla propria lotta un ampio consenso. Il governo ha risposto con la violenza, le deportazioni, la caccia all’uomo, per stroncare sul nascere un movimento che stava crescendo.
Chi ci governa è un criminale ma non uno stupido. La crisi ha colpito duro e non ha risparmiato le comunità migranti, mettendo sul lastrico famiglie che vivono in Italia da anche da molti anni. In tanti hanno perso il lavoro e, con il lavoro, la possibilità stessa di rimanere qui. La clandestinità ha investito così anche gente convinta di aver finalmente afferrato l’effimera sicurezza del permesso.
Una polveriera. Un decreto flussi emanato in sordina è un modo per allungare la miccia destinata a farla esplodere. Continue reading

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