Tiri sassi alla polizia? È legittima difesa!

Ci pare importante riportare il seguente articolo tratto da Anarres.

La sentenza di assoluzione di tre immigrati accusati di resistenza e lesioni per aver dato vita ad una rivolta nel CIE di S. Anna ad Isola di Capo Rizzuto ha suscitato grande scalpore.
Non capita tutti i giorni che tre senza carte arrestati dopo diversi giorni sul tetto, tirando tutto quello che avevano contro la polizia, vengano assolti per legittima difesa.
La legittima difesa viene applicata quando un imputato ha commesso un danno, ma questo danno è decisamente inferiore ai soprusi subiti o rischiati.
Di solito queste sentenza vengono emesse per liberare qualche negoziante troppo esuberante che spara e ammazza chi aveva provato a rapinarlo. In un paese dove la giustizia è giustizia di classe di solito le cose vanno così.
Va da se che la notizia della sentenza emessa a Crotone dal giudice Edoardo D’ambrosio ha suscitato stupore e anche qualche speranza di una significativa inversione di rotta della magistratura nelle scelte che riguardano un reato amministrativo come la detenzione extragiudiziale nei CIE.
Vale tuttavia la pena di cercare di capire meglio cosa sia accaduto.

Alla sbarra, di fronte al giudice sono finiti tre uomini come tanti, con lavoro, famiglia, affetti e la sfortuna di essere nati altrove.
A. H. era un artigiano che viveva con i suoi famigliari quando è incappato in un controllo che lo ha portato nell’inferno del CIE di S. Anna, tra materassi luridi, cibo schifoso mangiato a terra e la prospettiva della deportazione. A. è tuttavia rimasto tranquillo finché non gli hanno negato di visitare la madre morente. Allora è salito sul tetto, ha divelto suppellettili e le ha lanciate ai suoi aguzzini.
Su quello stesso tetto è finito A. A., un giovane algerino che viveva a Viareggio e faceva il cameriere: pescato senza documenti è stato catapultato in una cloaca dove le lenzuola non venivano mai cambiate. Durante un’operazione di “bonifica” particolarmente umiliante gli portano via tutto, persino il deodorante.
L’ultimo ribelle è il tunisino D. A. In Italia da molti anni viveva la sua vita come tanti: era in giro per compere assieme alla compagna incinta di tre mesi quando la mancanza della carta giusta lo ha scaraventato nella prigione dei clandestini.
Secondo la direttiva dell’UE in materia di rimpatri a questi uomini doveva essere offerta la possibilità di un rimpatrio volontario, ma questa norma è quasi sempre lettera morta.
In quanto alle condizioni di vita nel CIE, nella sentenza di assoluzione è scritto che sono degradanti e lesive della dignità umana.
In questi anni, sia pure in maniera decisamente meno spettacolare, era già emerso il disagio di settori della magistratura verso la normativa italiana sull’immigrazione e, in particolare sul famigerato articolo 14 della Bossi-Fini, che prescriveva il carcere per chi si fosse sottratto all’ordine di espulsione.

D’altro canto anche tra i padroni si erano più volte manifestati disagi per la rigidezza del centro-destra nei confronti dei lavoratori immigrati, per la mancata emissione dei decreti flussi per gli stagionali, per la dimostrata incapacità di fornire manodopera ricattabile ma disponibile all’occorrenza. Anzi! I governi di centro destra (ma quelli di centro – sinistra a volte seguivano a ruota) finivano con il creare imbarazzi e danni di immagine. Quante volte l’Italia è finita nel mirino di Strasburgo per violazione dei diritti umani? L’ultima solo pochi giorni fa per il rapporto sulle carceri. Piene di poveri, specie stranieri.
Una buona sentenza ovviamente. Ma non facciamoci troppe illusioni: mala tempora currunt. Nell’era della flessibilità non servono le deportazioni di massa, non serve un troppo esplicito razzismo di Stato, ma una politica disciplinare oculata, chirurgica, che incida dove serve, lasciando intatto un sistema che ha bisogno di schiavi. Non di rivolte.

Per un’analisi più approfondita della sentenza e sulla giustizia di classe nel nostro paese ascolta l’intervista dell’informazione di Blackout a Mauro Straino, avvocato milanese che ha difeso tante volte i ribelli di via Corelli.

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