CIE: laboratorio disciplinare

La situazione nel CIE ‬sta‭ ‬mutando.‭
‬Dopo la lunga stagione di lotte culminata con la distruzione pressoché totale del CIE di Gradisca nel dicembre del‭ ‬2011,‭ ‬le politiche verso i CIE sono lentamente cambiate.‭ ‬I Centri sono ancora la punta dell’iceberg legislativo costruito per mantenere sotto costante ricatto gli immigrati nel nostro paese,‭ ‬tuttavia rappresentano sempre di più un problema sia economico che di immagine per i governi di turno.
Chi lotta viene duramente represso:‭ ‬i prigionieri che protestano possono essere arrestati,‭ ‬rinchiusi in isolamento,‭ ‬espulsi immediatamente o semplicemente obbligati a dormire in terra.‭
In questi stessi anni è cambiato,‭ ‬complice l’obbligatorio recepimento della direttiva europea sui rimpatri,‭ ‬entrata in vigore il‭ ‬24‭ ‬dicembre‭ ‬2011,‭ ‬ma recepita in modo parziale e restrittivo dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni,‭ ‬anche il quadro legislativo.‭ ‬La reclusione massima dentro ai centri è passata da sei mesi ad un anno e mezzo,‭ ‬nel contempo avrebbero dovuto applicare la prigionia come estrema ratio,‭ ‬ma di fatto le norme che tutelano chi ha parenti o problemi di salute sono rimaste in buona parte inapplicate.‭
‬In questo contesto sono mutate le forme di resistenza‭ ‬dei reclusi:‭ ‬le lotte‭ ‬hanno perso il carattere rivendicativo rispetto alle condizioni di vita nei Centri,‭ ‬per trasformarsi in rivolte miranti alla fuga collettiva.‭
Il governo sta puntando a colpire i prigionieri più attivi, isolandoli dagli altri in celle di punizione.
Le lotte nei CIE non sono mai venute meno, ma la vita della gran parte degli immigrati è altrove: il lavoro, il pezzo di carta, la casa. Su questi terreni lotte anche molto radicali si sono moltiplicate, segnando un’inversione di tendenza rispetto al recente passato.
Nei legami di solidarietà che si creano nelle lotte cominciano ad aprirsi delle possibilità di creare un terreno di conflitto comune tra sfruttati, che pareva impossibile sino a pochi anni fa.
Il CIE resta sullo sfondo: è un rischio che ogni immigrato senza carte corre ma è meno assillante dei mille inghippi della vita quotidiana.
Le lotte degli antirazzisti non hanno saputo essere abbastanza incisive da bucare il silenzio che circonda questi luoghi.‭ L’indignazione che attraversa settori della società civile non sa farsi azione: l’azione è ancora patrimonio di pochi attivisti.
‬La scommessa è quella di allargare il fronte,‭ ‬portando la realtà del CIE per le strade e per le piazze delle nostre città.‭ ‬
Oggi più che mai la lotta contro i Centri investe direttamente soprattutto gli italiani. E’ un’urgenza morale non chiudere gli occhi di fronte a uomini e donne rinchiusi solo perché privi di un documento.
Ma non solo.
I CIE sono sempre più una sorta di laboratorio dove si sperimentano forme di reclusione diverse dal carcere e molto più simile al manicomio criminale. Luoghi dove si entra per un arbitrio che può essere prolungato con la semplice firma di uno psichiatra o di un giudice di pace.
Nei CIE si sperimentano forme di controllo sociale che presto potrebbero essere applicate anche ad altri, sul modello dei vecchi ospizi per i poveri. Luoghi dove rinchiudere chi ha perso nella routette russa della vita sotto il capitalismo.

Anarres ne ha parlato con Federico, un compagno di Trieste molto attivo nella lotta contro il CIE di Gradisca.
Ascolta il suo intervento

Ascolta anche la chiacchierata fatta con Simone sulla rivolta e le fughe dal CIE di Modena

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