Parma, controlli anti-immigrati: questa volta gli è andata male

Il copione non era per niente originale, uno di quelli che si presumono già scritti, eppure, questa volta gli è andata male. Quando la pattuglia mista, due soldati e un carabiniere, ha visto il ragazzo nero rimasto chiuso, sotto i fumi dell’alcool, nel parco ducale dopo la mezzanotte, i repressori devono aver pensato di avere a che fare con uno dei tanti invisibili con cui chiunque indossi una divisa può fare quel che meglio crede per movimentare un turno troppo noioso.

Il ragazzo è schiacciato contro il cancello, impreca alla vista dei fari della jeep puntati su di lui. Uno dei soldati gli si para davanti brandendo il manganello, lo minaccia, lui inveisce, risponde come può, cerca, anche solo a parole, di difendersi. É in quel momento che arrivano due compagni, cercano la propria auto nel parcheggio di fronte al parco, oltre le sbarre della recinzione. Richiamati dalle voci si avvicinano. Stanno per chiamare gli altri compagni, appena lasciati dopo un’iniziativa di autofinanziamento, ma non ce n’è bisogno: subito si avvicinano due ragazzi, poi una coppia. Tutti si mettono a osservare la scena, chi sa il francese prova a parlare con il ragazzo. Il soldato ripone il manganello e si gira smarrito verso la jeep. Non può parlare, è evidente, il suo ruolo è solo quello di picchiatore. Il carabiniere si avvicina alla recinzione, visibilmente alterato. Ordina a tutti di andarsene, ma la risposta è unanime e decisa, anche da parte di chi non è mai stato militante. Nessuno si muove. Nessuno si fida delle forze del disordine. Oltre tutto il ragazzo sembra stare poco bene, può avere bisogno di aiuto. Il carabiniere fa qualche tentativo di fare la voce grossa, ma non ottiene nulla, poi i toni cambiano improvvisamente, con una vena di delusione:”Va bene ragazzi, potete dirgli che ho chiamato l’ambulanza?”

Qualcuno traduce, ma è ben chiaro che ancora non ci si può fidare. Tutti restano ad aspettare, intanto si aggiunge un’altra coppia di compagni. Sono attenti, tesi. Solo due settimane prima sono stati aggrediti, ammanettati e denunciati per aver difeso un gruppo di ragazzini minacciati dalla polizia.

Arriva l’ambulanza ma il ragazzo non vuole salire. Sta bene, dice, è ubriaco, ma niente di più, gli passerà. Il personale sanitario è brusco, il tono non è diverso da quello degli uomini in divisa. Con chiaro compiacimento gli dicono che se non vuole salire con loro, dovrà andare con la pattuglia, perché il cancello è chiuso e l’unica uscita è dalla caserma. I solidali rispondono all’unisono, in italiano e in francese, per essere sicuri che tutti capiscano: “Allora veniamo anche noi, costeggiamo il parco e ti aspettiamo al cancello”.

A questo punto il carabiniere si dà definitivamente per vinto e chiama il custode. Gli bisbiglia qualcosa tra i denti, indicando le persone oltre il cancello. Lui apre e il compito di accompagnare fuori il ragazzo viene lasciato ai compagni, mentre l’ambulanza, la jeep e l’auto dell’istituto di vigilanza si allontanano.

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