Tra Sicilia e Libia. L’invasione che non c’è e quella che potrebbe

Il governo italiano manda l’esercito in Sicilia, per fronteggiare l’invasione che non c’è – qualche migliaio di tunisini non sono un esodo. Semplicemente molti approfittano di un’occasione che potrebbe non ripetersi più. La via chiusa dagli accordi per i respingimenti in mare tra il governo italiano e quello libico sono saltati, dopo la rivolta in Cirenaica.
Di seguito il comunicato di TAZ laboratorio di comunicazione libertaria.
C’era da aspettarselo. Il prefetto di Palermo, commissario del governo per l’emergenza immigrazione, ha annunciato l’invio dell’esercito a Lampedusa. Cento militari presidieranno l’isola siciliana per supportare, con compiti di polizia, le forze dell’ordine. L’esercito a Lampedusa dovrebbe essere operativo a partire dal 16 marzo, ma questa data non è ancora sicura. Quel che è sicuro è che la militarizzazione della Sicilia non si ferma qui: altri cinquanta soldati saranno mandati a Mineo, in provincia di Catania, dove entro questa settimana dovrebbero cominciare ad arrivare i richiedenti asilo provenienti da tutta Italia e che saranno portati nel Residence “Villaggio degli aranci”, una struttura utilizzata in passato dai militari Usa della vicina base di Sigonella.
L’invio dell’esercito in Sicilia per “affrontare” gli immigrati è davvero una delle mosse più vergognose che questo governo potesse mettere in campo.
D’altra parte, si continua a parlare della crisi in Nordafrica solo in termini catastrofisti agitando lo spettro di un’emergenza che non c’è. Non sapendo che pesci prendere (così come il resto dei paesi occidentali, tutti spiazzati di fronte la crisi libica), il governo preferisce dare in pasto all’opinione pubblica la solita sbobba fatta di paura, allarmismi e paranoia sicuritaria. È vero: nelle ultime settimane gli sbarchi si sono intensificati a seguito delle rivolte in Tunisia, ma è del tutto ingiustificato parlare di “invasione” specialmente in riferimento alla Libia. Nessun libico, infatti, è approdato sulle coste siciliane in questi giorni convulsi.

Intanto in Libia, tra gli oppositori al regime di Gheddafi serpeggia il timore di un’invasione vera di truppe statunitensi e italiane. Su Fortresse Europe un’interessante corrispondenza telefonica da Tripoli e Zawiyah.

Riportiamo il testo posto in calce all’intervista nel quale, con grande onestà intellettuale, Del Grande scrive: “Uso il condizionale in tutte queste affermazioni perché non essendo sul posto è difficile verificare, pur riponendo la massima fiducia nella fonte citata, trattandosi di un esponente dell’opposizione berbera, da anni impegnato nell’attività di opposizione al regime libico. L’impressione infatti è che l’approssimazione di certo giornalismo, unitamente alla ricerca della scoop e alla strumentalizzazione di certi poteri politici, stia portando a una distorsione dei fatti, che prepara il terreno alla giustificazione di una ennesima guerra umanitaria, guarda caso in un paese dove si giocano gli interessi petroliferi di molti paesi, Italia compresa. Così le stragi dei ribelli, un migliaio di morti in tutto il paese dall’inizio della rivoluzione, diventano un genocidio. Una decina di tombe di un cimitero non meglio identificato diventano una fossa comune. Qualche migliaio di tunisini arrivati a Lampedusa diventano l’invasione dalla guerra civile in Libia (ad oggi nessun libico è giunto a Lampedusa, vale la pena ricordarlo). Mettere in guardia dai rischi di una guerra umanitaria non significa non condannare le violenze del regime libico, che al contrario Fortress Europe denuncia da cinque anni. Come pure non significa appellarsi all’immobilismo internazionale. Ma tra il non fare niente e il dichiarare guerra alla Libia, ci sono molte strade intermedie. Soprattutto se il fronte degli interventisti è formato dagli stessi politici e affaristi che fino a ieri flirtavano con Gheddafi. E che in testa hanno un solo obiettivo: difendere i propri interessi strategici.

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