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Restinco. Fiamme, repressione e una gola tagliata

Restinco, 21 marzo. Sono inagibili buona parte delle camerate del CIE brindisino, teatro di una rivolta scoppiata nella notte tra lunedì 14 e martedì 15 marzo. Buona parte delle camerate sono state investite dalle fiamme: per bloccare i tunisini protagonisti della sommossa, la questura ha dovuto inviare, oltre ai vigili del fuoco, anche poliziotti dell’antisommossa e della digos.
I giornali danno notizia dell’incendio che ha distrutto il CIE solo sabato 19 marzo.
Gli immigrati sono stati ammassati nella sala mensa. Anche qui, è il modello Gradisca che fa scuola.
Lo dimostra la mancata chiusura del centro annunciata nei giorni scorsi da numerosi giornali. Il capo di gabinetto della prefettura, Erminia Cicoria, dice testualmente: “Restano lì dove sono”. Una chiusura momentanea del Centro salentino non è al momento in agenda.
Nella tarda serata di domenica 20 marzo un ragazzo tunisino si è tagliato la gola, dopo una discussione molto animata con l’ispettore del centro, che lo aveva preso di mira, con amenità del tipo “mi scopo tua sorella”. L’ambulanza venuta a soccorrere il ferito è stata mandata indietro dal medico del CIE. Il ragazzo si troverebbe ora in infermeria. Gli altri reclusi hanno annunciato uno sciopero della fame.
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CIE di Gradisca. Rivolta e fughe

Lunedì 21 marzo. Non è durata a lungo la quiete al CIE. Ieri un gruppo di prigionieri avrebbe tentato la fuga. Il sequestro dei cellulari impedisce da tempo i contatti diretti e, quindi, il condizionale è d’obbligo.
Secondo le agenzie sei immigrati sono riusciti a far perdere le proprie tracce mentre sette sono stati arrestati. In serata altri quattro o cinque sarebbero saliti sul tetto ma sono stati obbligati a scendere.
Oggi a Gorizia ci sarà una riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza, che discuterà anche del CIE di Gradisca. Da ormai quasi un mese i cento reclusi del CIE sono accampati nelle aree comuni del Centro, ormai quasi completamente distrutto dalle continue rivolte ed incendi.

Intanto nel vicino CARA sempre più forte è il timore che da un giorno all’altro i richiedenti asilo vengano deportati a Mineo.

Aggiornamento del 22 marzo: da quel che si apprende dai giornali di oggi la rivolta e la fuga di domenica sono state di ben più ampie di quanto era stato fatto trapelare in un primo tempo. Anzi. Le stanze ancora in piedi dopo le sommosse di fine febbraio sono state danneggiate ulteriormente.
Brutte notizie invece dal fronte del CARA, pare certo che questa notte tre richiedenti asilo siano stati deportati a Mineo.
Dentro i reclusi sono preoccupati ma decisi a resistere.
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Torino. Incendiata l’area verde del CIE

Lunedì 21 marzo. L’area verde del CIE di corso Brunelleschi è stata gravemente danneggiata da un incendio. Intorno alla mezzanotte i reclusi avrebbero dato alle fiamme materassi e suppellettili. Secondo quanto riferito da quotidiani ed agenzie il fuoco avrebbe reso inagibili tre su cinque moduli abitativi. I reclusi, secondo l’ormai collaudato “modello Gradisca” non sarebbero stati trasferiti altrove ma ammassati nell’area mensa. A poco più di venti giorni dalla rivolta del 28 febbraio, quando andò in fumo la sezione gialla, il CIE torinese torna ad infiammarsi.
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Milano. Cinque tentati suicidi

Nella notte tra sabato 19 e domenica 20 al CIE di via Corelli a Milano ci sarebbero stati ben cinque tentativi di suicidio. Tre hanno bevuto detersivo e sono stati male, altri due avrebbero cercato di impiccarsi. Pare che ora tutti stiano bene. Forse i cinque speravano di essere liberati o di riuscire a fuggire. Forse la disperazione di vedersi negato ogni futuro è diventata contagiosa in una serata di inizio primavera. Continue reading

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Da Lampedusa a Mineo. Frontiere d’odio

Venerdì 18 marzo. A Lampedusa si susseguono gli sbarchi, il centro di accoglienza è al collasso. Nonostante le contestazioni che hanno accolto la visita di due campioni dei diritti umani quali Mario Borghezio e Marine Le Pen, nell’isola soffia forte il vento dell’odio e della paura. In queste ore un centinaio di isolani ha cercato di impedire l’attracco di una barca carica di immigrati.
A Mineo ha aperto i battenti il Villaggio della Solidarietà. Il governo ha deciso di concentrarvi tutti i residenti asilo dei CARA, per poter velocemente riconvertire a CIE i CARA. Nuova linfa per la premiata ditta galera e deportazione. I primi tre sono giunti in auto da Trapani, altri 157 li hanno deportati da Bari.
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CIE di Bari. Lamette e libertà

Bari. Nel pomeriggio del 15 marzo un tunisino di 29 anni ingoia delle lamette: trasportato d’urgenza all’ospedale fugge, riguadagnando la propria libertà. In serata altri sei tunisini danno fuoco a materassi e suppellettili e vengono arrestati e tradotti in carcere per danneggiamento aggravato. Nella notte altri reclusi distruggono alcune suppellettili.
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Gradisca. Stato d’assedio

Sabato 12 marzo. Un imponente schieramento di polizia attende gli antirazzisti, che hanno risposto all’appello del Coordinamento Libertario contro i CIE, per una giornata di lotta e solidarietà.
Sono passati cinque anni dal giorno che il primo “ospite” venne spinto tra le mura dell’ex caserma Polonio dalle truppe dello stato. Fuori vi furono cariche, manganellate e lacrimogeni.
L’avevano progettato con cura, il lager isontino. Letti, tavoli imbullonati, poche suppellettili, mura e sorveglianza. Speravano di prevenire fughe e rivolte. Si sbagliavano e di grosso.
Non si contano più le fughe, le rivolte, le proteste, spesso finite tra botte e deportazioni.
Oggi del CIE non resta quasi più nulla. Gli incendi appiccati dai reclusi a fine febbraio hanno mandato in fumo le ultime camerate rimaste. Nonostante ciò il ministero dell’Interno mantiene aperta la struttura: dentro i reclusi sono in terra, senza materassi, con un solo bagno, privati dei cellulari.
Il giorno prima della manifestazione c’è stata la vista al CIE e al CARA del Comitato parlamentare Schengen, Europol ed Immigrazione. I parlamentari – due democratici e un leghista – vengono accolti da un immigrato che si taglia e sanguina davanti a loro. La delegazione conclude che il CIE deve essere chiuso e “messo in sicurezza”.

Tutti gli antirazzisti che arrivano per la manifestazione vengono fermati e controllati a lungo. Nonostante ciò oltre duecento compagni e compagne si ritrovano davanti al lager.
Sulla recinzione i richiedenti asilo del CARA hanno appeso un cartello “CIE=CARA”. Oggi gli ospiti del CARA sono prigionieri: li hanno chiusi dentro nonostante sia loro riconosciuto il diritto di uscire durante il giorno. 150 sequestri di persona decisi dalla questura per impedire ai ragazzi del CARA di partecipare alla manifestazione. Ma loro si fanno sentire lo stesso: chiamano gli antirazzisti, dicendo loro che il “bombardamento sonoro” è perfettamente riuscito. Sentono la musica e i tanti interventi solidali e gridano forte la loro rabbia.
Dal CIE non esce nulla. Probabilmente, dopo la protesta sul tetto dello scorso lunedì, il cortile è loro nuovamente interdetto. Sono dentro circondati dalla celere di Padova.
Vengono lanciate oltre il muro numerose palline con la scritta “libertà – freedom”.
In barba ai numerosi divieti della questura i manifestanti piazzano banchetti, cibo, ampli e presto la manifestazione deborda in strada: la provinciale viene bloccata per oltre tre ore.
I settori più moderati vorrebbero che una delegazione entrasse nel CIE, ma, dopo un lungo tergiversare, arriva secco il no della questura. La situazione dentro deve essere anche peggiore di quella mostrata dalle foto filtrate fuori dal CIE prima del sequestro dei telefonini. Nessuno deve vedere, nessuno deve raccontare la vergogna che si cela dietro quelle mura.
Le mura di un lager democratico. Continue reading

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Cie di Gradisca: provocazioni della questura per il presidio di domani

La questura di Gorizia si allinea a quanto già accade in altre città dove gli antirazzisti lottano per la chiusura dei centri per senzacarte, imponendo pesanti prescrizioni all’iniziativa contro i CIE di domani.
Molto pesante è la limitazione di orario (solo fino alle 19 mentre il programma prevede(va) fino alle 24).
Qui puoi leggere l’ordinanza.
Una ragione in più per accogliere l’invito del Coordinamento Libertario Regionale per questa giornata di lotta.
A cinque anni dall’apertura, tra botte e lacrimogeni, del CIE, l’ex caserma Polonio è ormai a pezzi, distrutta dalla rabbia dei reclusi. Ma il governo lo tiene aperto, obbligando i cento reclusi a dormire e mangiare a terra. Come cani. Continue reading

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CIE di Gradisca: reclusi sul tetto

Lunedì 7 marzo. Era solo questione di tempo. Inevitabile che la rabbia dei prigionieri di Gradisca esplodesse di nuovo. Da giorni dormono per terra, ammassati in cento negli spazi comuni di una struttura ormai inagibile dopo le rivolte di fine febbraio. Il sequestro dei telefonini li ha privati di ogni contatto con l’esterno. Nonostante abbiano inviato a Gradisca la celere di Padova gli immigrati hanno comunque trovato il modo di farsi sentire.
Oggi all’ora di pranzo alcuni di loro sono saliti sul tetto. I pochi antirazzisti della zona non mancano di tenere d’occhio il lager: quando li hanno visti hanno fatto girare la notizia. Più tardi i reclusi sono scesi.
La prefettura, rispondendo alle domande dei giornalisti, ha sostenuto che non si è trattato di un tentativo di fuga, ma di una protesta contro le condizioni inumane di vita. I reclusi non possono nemmeno lavarsi e devono fare la fila per andare al gabinetto.
Il CIE è una polveriera. La tensione resta alta mentre si avvicina la manifestazione davanti al CIE del 12 marzo indetta dal Coordinamento Libertario Regionale.
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CARA di Gradisca. Verso la deportazione di massa a Mineo?

Venerdì 4 marzo. I segnali ci sono tutti. Ai richiedenti asilo del CARA di Gradisca sono stati tolti accendini e i telefoni cellulari dotati di fotocamera o videocamera. Se qualcuno non vuole farsi sequestrare l’apparecchio i poliziotti rompono l’obiettivo.
Il CARA della cittadina isontina è limitrofo al CIE, ormai inagibile dopo le rivolte della scorsa settimana, dove tuttavia sono ammassati come bestie un centinaio immigrati senza carte.
Maroni non vuole mollare ma sa bene che la situazione è diventata insostenibile.
La via d’uscita per il ministro leghista potrebbe essere proprio il CARA di Gradisca, prontamente svuotato dei suoi ospiti, e pronto per una rapida riconversione a CIE. Il Centro per richiedenti asilo può ospitare sino a 150 persone.
Ma non solo. L’accordo per l’utilizzo come CARA del residence Aranci di Mineo è ormai stato concluso con buona soddisfazione della ditta Pizzarotti e del governo italiano. Il residence “Aranci”, già utilizzato dai militari statunitensi di stanza a Sigonella, è già stato riconvertito da militare e civile. Fonti varie sostengono che a Mineo il nuovo CARA potrebbe presto aprire i battenti.
Dello stesso avviso gli attivisti della “Tenda per la pace e i Diritti di Gorizia”, che scrivono: “Al CARA si applicano le stesse regole del CIE. Trasferimenti in vista?

Il divieto dell’utilizzo e della detenzione di accendini significa costanti perquisizioni ad ogni ingresso nella struttura nei confronti di richiedenti asilo che, ricordiamo, secondo la legislazione italiana e le direttive europee, non possono essere trattenuti in stato detentivo.
Nel “centro di accoglienza”, inoltre, oltre alle perquisizioni di sigarette e accendini si è inasprito il controllo dei telefoni cellulari con fotocamere e videocamere. Eventuali proprietari di queste tecnologie hanno la libertà di scelta fra il sequestro dell’apparecchio o il danneggiamento dell’obiettivo da parte delle autorità preposte al controllo. Un bel colpo secco sulla telecamera. Si tratta di modalità piuttosto strane di dimostrare accoglienza.
Si stanno forse già implementando le prime misure del piano del Ministro dell’Interno per far fronte all’incremento degli ingressi dal Nord Africa? Al termine del consiglio dei ministri, Maroni ha annunciato che il Consiglio ha dato “il via alla realizzazione del Villaggio della solidarietà a Mineo”, in una struttura privata di proprietà della Pizzarotti S.p.A. Secondo il governo italiano, il supercentro di Mineo, farà da “modello di eccellenza in Europa nell’accoglienza dei richiedenti asilo”. Il modello prevede il trapianto dei richiedenti asilo attualmente ospitati nei Cara e dunque dislocati in diverse località italiane nella residenza siciliana, completamente isolata da ogni centro abitato dei dintorni ma attorno alla quale già si stanno costruendo sistemi di recinzione e di videosorveglianza…”

Agli antirazzisti il compito di attivarsi affinchè questo agghiacciante piano di deportazione non avvenga
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CIE di Torino. Ancora in sciopero della fame

Sabato 5 marzo. Al CIE di Torino, dopo la rivolta che ha mandato in fumo la sezione gialla, i reclusi sono in sciopero della fame da ormai cinque giorni.
La maggior parte di loro proviene dalle città costiere della Tunisia, dove si campa soprattutto di turismo. L’insurrezione che ha portato alla cacciata di Ben Alì e, la scorsa settimana, del suo successore Gannouci, ha messo in ginocchio l’economia di queste zone. Da qui l’esodo verso l’Europa. Molti contano di raggiungere in Francia parenti ed amici: qualcuno ce l’ha fatta, altri sono stati rinchiusi nei CIE, come quello di corso Brunelleschi. Tra loro, a quanto riferisce l’Unità, c’è anche un minorenne, che non l’ha dichiarato perché teme di essere separato dai propri amici.
Intanto ai valichi di frontiera tra l’Italia e la Francia si sta giocando una partita a ping pong dove le palline sono esseri umani rimbalzati da un lato all’altro del confine. Un confine ormai cancellato che torna ad innalzare le proprie barriere di fronte a uomini in fuga dalla miseria.
I trenta ragazzi rinchiusi nel CIE di Torino sono decisi a resistere: molti di loro hanno partecipato alla rivolta contro Ben Alì, assaporando il gusto della libertà, un gusto cui non sono disposti a rinunciare tanto facilmente. Non capiscono perché proprio a loro tocchino sei mesi in gabbia e poi la deportazione. Il governo italiano non sa che pesci prendere, teme perdere consensi e si muove a casaccio.
Dei tanti approdati a Lampedusa dalle coste tunisine alcuni ottengono asilo, ad altri viene dato il foglio di via e provano a saltare la frontiera con la Francia, altri ancora, come i trenta nel CIE di Torino, si guadagnano un soggiorno gratis dietro le sbarre.
Alcuni loro amici in Tunisia hanno aperto una pagina facebook dedicata a loro. Si chiama Guntanamo/Italia.
Leggi il bel reportage pubblicato su Fortresse Europe.
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Gradisca. A terra, come bestie

Gradisca, 1 marzo. Il CIE è ormai inagibile da giorni: le rivolte e gli incendi della scorsa settimana hanno distrutto quasi tutto. Restano in piedi le aree comuni e una stanza da soli otto letti, per i cento immigrati.
Maroni non sa più che pesci prendere: i CIE sono stracolmi e non c’è più posto da nessuna parte. Ammettere il fallimento nelle politiche repressive verso i clandestini sarebbe uno smacco troppo grande per un Ministro dell’Interno leghista, che sulla “durezza” verso gli immigrati ha costruito gran parte delle proprie fortune. Per questo, infischiandosene allegramente delle condizioni di vita dei reclusi, Maroni fa finta che nulla sia capitato.
Maroni deve anche fare i conti con la Questura goriziana, che da tempo vuole che il CIE sia chiuso durante i lavori di ristrutturazione e mal tollera la scelta di mantenere comunque aperta la struttura.
Viene il dubbio che la scarsa solerzia dimostrata durante l’ultima rivolta – gli stessi reclusi davano per spariti i poliziotti – non sia stata del tutto casuale.
Domani i poliziotti dell’UGL faranno un presidio alla prefettura di Gorizia per protestare contro il mancato intervento del Viminale. Naturalmente agli uomini e alle donne in divisa non importa nulla degli immigrati: vorrebbero solo più personale, per evitare che tocchi a loro occuparsi di “questa tipologia di persone”. Una tipologia con spiccata attitudine alla resistenza, alla rivolta, alla libertà.
A rendere la vita difficile al povero Maroni ci si mettono anche gli antirazzisti, che provano a rompere il muro di silenzio che circonda i CIE.
Questa mattina sul sito di Fortresse Europe sono comparse alcune foto scattate il primo marzo nel CIE di Gradisca. I prigionieri dormono e mangiano in terra, in giacigli di fortuna, come bestie.
Vale la pena di far girare queste immagini, perché tutti sappiano quello che succede all’interno dei moderni lager della democrazia.
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Fiamme nell’area gialla del CIE di Torino

Lunedì 28 febbraio. Un incendio è divampato questa sera nell’area gialla del CIE di Torino. In quest’area sono concentrati parecchi immigrati sbarcati a Lampedusa dalla Tunisia.
Gran via vai di vigili del fuoco e auto della polizia intorno alla struttura di corso Brunelleschi.
Il vento di rivolta che attraversa le prigioni per immigrati diventa sempre più forte.
Seguiranno aggiornamenti.
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CIE di Gradisca. Demolito, stanza dopo stanza

Gradisca, domenica 27 febbraio.
“A quasi cinque anni dall’apertura, passati tra continue rivolte, atti di autolesionismo e violente repressioni, il CIE di Gradisca d’Isonzo è stato distrutto dai suoi stessi reclusi molti dei quali provengono dalle rivolte nordafricane.”

Questo l’incipit del comunicato dei compagni del Coordinamento Libertario Isontino. Ed è anche l’epilogo di una vicenda cominciata il 7 marzo del 2006, quando tra scontri, botte e lacrimogeni, venne fatto entrare a forza il primo “ospite” della ex caserma Polonio.
Negli ultimi tre giorni i reclusi hanno dato alle fiamme la loro prigione, demolendola, stanza dopo stanza. Nel pomeriggio di oggi sono andate a fuoco altre sei camere. Per i 105 “ospiti” restano solo 8 letti: gli altri sono ammassati senza nulla nelle aree comuni.
Un’altra bella manciata di sabbia è stata lanciata nel motore della macchina delle espulsioni.
Giornata di informazione e lotta il 12 marzo al CIE di Gradisca.
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CIE. Sommossa a Gradisca, labbra cucite a Bologna

Giovedì 14 febbraio. Questa mattina i reclusi del CIE hanno dato fuoco ai materassi, danneggiando gravemente quattro stanze della zona blu del CIE. A dieci giorni dall’ultima protesta il Centro torna ad infiammarsi: fanno da detonatore le condizioni di vita sempre più dure, la mancanza di coperte, il cibo scadente, la voglia di libertà che alita sempre forte tra le gabbie dei senza carte.

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Un CIE a Venezia? Tra avidità e ipocrisia

Secondo quanto assicurato dal ministro Maroni la tante volte annunciata apertura di un CIE in Veneto doveva essere avviata entro la fine dell’anno scorso; ma a tutt’oggi, per fortuna, resta ancora tra i desiderata del razzismo istituzionale.
Da molti anni, almeno dal 2000 durante il governo D’Alema, era stata ventilata la costruzione di un Cpt in regione e da allora non si contano le ipotesi di locazione riguardanti tutte le province venete che sono saltate fuori, prendendo via via in considerazione ex-strutture militari, una struttura manicomiale, capannoni industriali, isole lagunari, caserme alpine, etc.; ma puntualmente, oltre alle manifeste opposizioni degli antirazzisti, tale progetto ha dovuto fare i conti con la contrarietà delle amministrazioni locali, indipendentemente dalla loro collocazione politica, comprese quelle leghiste sempre pronte ad aizzare la persecuzione degli immigrati “clandestini” ma non disposte ad ospitare un lager vicino a casa loro.
L’ultima “trovata” ventilata sui giornali riguarda l’area di Campalto, una frazione veneziana, come possibile luogo per il Cie. Tale area di quasi 20 ettari è un deposito militare dismesso, situato in via Orlanda, che secondo il piano-carceri del ministero della giustizia doveva essere ristrutturato come galera per 450 detenuti.
Questo sito, indicato con solerzia nel dicembre scorso dal sindaco di Venezia Orsoni (di centro-sinistra), nei perversi disegni del ministero dell’interno dovrebbe vedere anche l’abbinamento di un Cie con 300 posti per i “clandestini”.

Il comune di Venezia ha approvato a larghissima maggioranza (con la furbetta astensione leghista) una mozione (presentata dal consigliere verde-disobbediente Caccia assieme al capogruppo del Pd Borghello) di rigetto del Cie a Campalto. Persino il governatore della regione, il leghista Zaia, è stato costretto ad un slalom di prese di posizione.
Analoga contrarietà era stata espressa dai sindacati di polizia (Sap, Coisp, Siulp…) per le note carenze d’organico, nonché dall’associazionismo democratico, dall’area disobbediente e dalla Caritas, per bocca del suo noto direttore, monsignor Pistolato, tutti pronti a formare comitati unitari.
Peccato che la Caritas sia la stessa associazione che ha cogestito come “ente terzo” il CIE di via Corelli a Milano e che monsignor Pistolato sia lo stesso che nel 2008 sollecitò e appoggiò l’ordinanza del comune di Venezia contro i mendicanti, soprattutto rom e sinti. Ed è pure lo stesso che, appena un mese fa, si era dichiarato contrario ai 10-12mila lavoratori immigrati previsti per Veneto dall’ultimo decreto flussi, ritenendoli come possibile causa di conflitti etnici. Come se qualcuno – davvero – non sapesse che quei diecimila lavoratori sono già qui e lavorano in nero. Come se qualcuno potesse far finta di ignorare che il decreto flussi è solo una sanatoria mascherata, decisa dal governo dopo il bollente autunno degli immigrati truffati dalla sanatoria colf e badanti.
Non è forse che la contrarietà della Caritas diocesana nasconde altre preoccupazioni?
Il dubbio è legittimo, dato la Caritas sembra aver soltanto adesso scoperto che “il Cie, come strutturato, si colloca al di fuori dello spirito e della lettera della Carta Costituzionale (cfr. art. 3 comma 1), per la forma di eccessiva coercizione che viene esercitata nei confronti di persone e questo senza alcuna distinzione”, dopo aver beninteso riconosciuto “il diritto-dovere da parte delle istituzioni statuali di identificare in modo adeguato le persone presenti nel territorio nazionale”.
La Caritas è più che disponibile ad impegnarsi nella – lucrosissima – gestione dei CIE, purché si cambi “modello”. Un pizzico di umanità in più e sono disposti ad imbarcarsi anche loro.
Nel suo comunicato la Caritas propone “di aprire un tavolo di confronto tra i diversi soggetti istituzionali, del privato sociale ed ecclesiali che operano nell’ambito dell’immigrazione per poter individuare dei percorsi condivisi.
Le Caritas con Migrantes, su un modello diverso, potranno partecipare in questi Centri di Identificazione attraverso l’animazione, proponendo delle attività culturali o ricreative, avere la presenza di mediatori culturali e attivare segni di prossimità con le comunità adiacenti ai centri”.
Della serie: business is business.
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Bari e Torino. Bloccati immigrati che provano a fuggire dal CIE

Due reclusi hanno provato a scappare dal CIE di Bari Palese: secondo il Giornale di Puglia sarebbero stati arrestati in seguito ad un colluttazione con gli agenti di guardia.

A Torino, nel Centro di corso Brunelleschi, un ragazzo si è tagliato i polsi: mentre veniva condotto fuori, altri due hanno provato a scavalcare la recinzione. Uno c’è riuscito ma è stato subito ripreso e malmenato dalla polizia.
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CIE: rivolta a Gradisca, sciopero della fame a Torino

Dopo un periodo di relativa calma la rabbia degli immigrati torna a esplodere nella struttura gradiscana.
Non sappiamo quando sia iniziata la rivolta.
Un’attivista antirazzista che passava di lì riferisce che intorno alle 20 al di là delle mura si vedeva un gran fumo. Poi sono arrivati i vigili del fuoco e un’ambulanza.
L’onda lunga delle proteste che investono da giorni numerosi CIE, da Bari a Restinco, da Modena a Torino, è arrivata anche a Gradisca.
Proprio ieri, trasferiti con un volo speciale da Lampedusa, erano arrivati 50 tunisini. Trenta richiedenti asilo sono stati portati al CARA, gli altri sono stati rinchiusi nel CIE.
La situazione potrebbe diventare ancora più incandescente, perchè le migliaia di tunisini approdati in pochi giorni in Italia potrebbero essere l’avanguardia di un esodo molto più ampio.
Al CIE di Torino gli immigrati sono in sciopero della fame da sabato sera. La maggior parte di loro viene dalla Tunisia. Sono preoccupati per le famiglie, non riescono a mettersi in contatto e temono per la loro sorte. Tutti sentono il vento di libertà che viene dal nordafrica.
La sezione delle donne è stata svuotata per far posto agli immigrati approdati a Lampedusa.
Domenica notte un gruppetto di antirazzisti ha fatto un veloce saluto ai reclusi: petardi, battitura di ferri, slogan. Da dentro si è levato un gran fragore.
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Joy. Il prezzo della dignità

Milano 2 febbraio. Vittorio Addesso, l’ispettore di polizia che tentò di violentare Joy, una ragazza nigeriana rinchiusa nel CIE di via Corelli a Milano nell’agosto del 2009, è stato assolto. Lo stesso pubblico ministero ha chiesto al giudice dell’udienza preliminare il proscioglimento dell’imputato.

Facciamo un passo indietro.
Torniamo a quel bollente agosto del 2009, quando il pacchetto sicurezza divenne legge e la reclusione nei CIE passò da due a sei mesi. Nelle gabbie degli immigrati divampò immediata la protesta, con scioperi della fame, episodi di autolesionismo, materassi bruciati, tentativi di fuga.
Per lunghe notti, dalle prigioni dei senza carte si sono levate grida. Grida nel silenzio.
Nel CIE di Milano la protesta è diventata rivolta. 18 uomini e 5 donne sono arrestati.
Le ragazze si chiamano Joy, Hellen, Priscilla, Debby, Florence: alla prima udienza del loro processo – all’apparire in aula dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso – hanno gridato forte. La loro rabbia andava oltre la paura. Addesso aveva provato a violentare a Joy, convinto che una ragazza in prigione, africana e prostituta non si sarebbe ribellata. Invece la dignità è più forte della violenza dello Stato, più forte del giogo patriarcale.
Il racconto della ragazza la dice lunga su chi, vestendo la divisa, pensa di poter disporre liberamente dei corpi rinchiusi dentro al CIE. Gente senza carte, senza diritti, senza futuro. Durante la rivolta la violenza dei poliziotti si è concentrata su di lei e le ragazze che avevano assistito ai violenti palpeggiamenti di Addesso. A terra, ammanettata, è stata più volte manganellata. Il suo rifiuto le è costato anche un pugno in faccia dall’ispettore-capo in persona.
In settembre le ribelli e i ribelli del CIE sono stati condannati a sei mesi. Uno di loro a dicembre l’ha fatta finita uccidendosi. Sapeva che, per gente come lui, le gabbie non finiscono mai. E la forza che l’aveva sorretto nel deserto, nel mare, nel CIE per migranti, l’ha infine abbandonato.
Le cinque ragazze, finiti i sei mesi, sono state (ri)portate nei CIE.
Joy alla fine di maggio ha ottenuto il permesso in quanto vittima di tratta.
Vittorio Addesso è stato rinviato a giudizio.
Ieri l’assoluzione. Un processo per calunnia attende ora Joy ed Hellen, l’altra ragazza che ha testimoniato contro l’ispettore. Un esito probabilmente scontato.
Il prezzo della dignità è sempre molto alto, per chi nasce dall’altra parte del muro, che separa chi ha troppo e chi nulla. Continue reading

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Trapani. Memoria resistente: antirazzisti al CIE

Trapani, 29 gennaio. «Viva li buoni omini come voi!». Questa, insieme a tanti ringraziamenti, è stata una delle frasi pronunciate dai migranti reclusi nel CIE “Serraino Vulpitta” di Trapani durante il pomeriggio di solidarietà che abbiamo organizzato davanti la struttura, sabato 29 gennaio, a due giorni dal Giorno della Memoria, giusto per ricordare che il razzismo di stato, l’internamento e le deportazioni sono tutte cose vergognosamente attuali.
All’interno del CIE la situazione continua a essere quella di sempre. I ragazzi ci hanno informato che molti di loro sono lì dentro da oltre due mesi, per lo più tunisini. A questo proposito, i reclusi hanno apprezzato la nostra solidarietà alla rivolta in Tunisia gridando slogan contro Ben Alì e per la libertà.
E poi tanti cartelli esposti tra le sbarre del CIE: “Non siamo cani, siamo esseri umani”; “Siamo tutti uguali”; “Libertà”.
Noi che stavamo fuori ci siamo uniti ai loro cori, abbiamo ascoltato i loro sfoghi, abbiamo cercato di farli sentire meno soli. Un altro momento di condivisione e solidarietà internazionalista, un nuovo momento di lotta contro le frontiere e le prigioni che mortificano l’umanità.
Coordinamento per la Pace – Trapani
coordinamentoperlapace@yahoo.it
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