Bossi-Fini. Schiavi per legge

183081299-586x359La morte di 359 migranti al largo di Lampedusa ha riaperto il dibattito sulle leggi che stabiliscono le regole per l’ingresso legale di lavoratori stranieri nel nostro paese. Il primo ministro Letta e il suo vice, nonché ministro dell’interno Alfano, hanno recitato bene la parte del poliziotto buono e di quello cattivo.
Il 22 ottobre, nel corso di un’audizione parlamentare, Letta ha parlato dell’Europa che smarrirebbe le proprie origini se non fosse capace di accogliere profughi, rifugiati ed immigrati. Alfano gli ha fatto eco, ribadendo che in tempi di crisi la priorità è garantire un futuro agli italiani. In questo modo i due hanno accontentato gli umori del proprio elettorato. Nei fatti tuttavia entrambi chiederanno agli altri paesi europei maggiori risorse per l’accoglienza e maggiore impegno nel pattugliamento dei mari, affinché nessuno abbia più la malagrazia di annegare nelle nostre acque territoriali. A questo si aggiunge l’obiettivo di rinforzare gli accordi già esistenti con i paesi della sponda sud del Mediterraneo, perché gestiscano in loco il contrasto e le repressione dell’immigrazione. L’indice è puntato soprattutto contro la Libia, dove il frantumarsi dello Stato in una miriade di poteri territoriali determinati dal prevalere di questa quella milizia rende poco meno facile l’applicazioni degli accordi bilaterali sottoscritti da Prodi e Berlusconi con il regime di Muammar Gheddafi. Nonostante queste falle le galere libiche per immigrati, luoghi di tortura, strupro e compra vendita di ostaggi umani, sono piene di immigrati, soprattutto eritrei. Eritrei come i morti di Lampedusa, eritrei come gli scampati che non hanno potuto assistere la funerale al quale il governo italiano ha invitato i rappresentanti di quello eritreo, lo stesso da cui fuggono quelli che rischiano la vita sui barconi.

La Bossi- Fini non è, nè è mai stata, in discussione.

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Lampedusa strage di stato

mare-nostrumCorpi in eccesso.
359 bare allineate in un hangar per dare una parvenza di dignità alle ultime vittime della frontiera sud della Fortezza Europa. I sacchi neri, che a Lampedusa sono sempre pronti, non potevano reggere la prova della telecamera, il ginocchio piegato di Letta, il cordoglio di Barroso e Alfano, il lutto nazionale, l’indignazione degli assassini che hanno deciso di accendere i riflettori su uno dei tanti episodi della guerra ai poveri.
Sullo sfondo i pescatori che fuggono le telecamere perché sanno che chi tira fuori dall’acqua qualcuno rischia l’incriminazione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e il sequestro della barca, del lavoro, del futuro. Le immagini dei giornalisti a caccia di “eroi” potrebbero essere usate da qualche solerte magistrato. Nei lunghi anni di questa guerra nascosta chi ha teso la mano nell’usuale solidarietà di chi solca il mare spesso è incappato nelle maglie della giustizia.
Amara come fiele l’indignazione del governo per l’incriminazione dei superstiti, come se chi governa non sapesse che l’ordinamento lo impone.

Anarres ha chiesto un commento a caldo ad Alberto La Via, un antirazzista siciliano, che in questi anni ha visto il Mare di Mezzo farsi sudario per i corpi cui la ferocia delle frontiere avevano sottratto la vita.
Ventimila quelli che qualcuno ha visto partire da uno dei tanti sud e non tornare mai più. Certo di più quelli di cui non si è avuta alcuna notizia.
Ascolta la diretta

Proponiamo anche questo articolo, sempre di Alberto, tratto dal n.30 di Umanità Nova.

Altri approfondimenti sempre su Anarres

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Torino contro i razzisti della Lega

Corteo-antirazzista-12_10webA Torino, senza pudore, i leghisti hanno compiuto la loro danza macabra nel centro cittadino. Qualche centinaio di metri di corteo, poche migliaia di persone hanno sfilato in un verde metallico che nulla ha della tenerezza dell’erba. Intorno a loro un dispositivo militare senza pari. Centinaia di poliziotti e carabinieri hanno paralizzato il centro, chiudendo in una morsa d’acciaio la manifestazione leghista.
Nonostante l’imponente dispositivo la manifestazione è stata contestata da più parti: non violenti in piazza CLN, No Tav in via Nizza, un corteo antirazzista di un migliaio di persone, ha assediato per ore i razzisti padani. Gli antirazzisti hanno attraversato il centro cittadino, cercando di raggiungere la stazione. La polizia ha fatto leggere ma frequenti cariche per impedire al corteo di avvicinarsi ai leghisti.
I democratici, da vent’anni al governo della città, hanno scelto di stare al coperto. Un silenzio fragoroso.
Nelle stesse ore a Roma i sinceri democratici sfilavano per la Costituzione, come se l’astrattezza dei principi potesse fare argine alla concreta ferocia del nostro tempo.
Il boia delle Ardeatine ha sempre negato le camere a gas, i forni che smaltivano quel che restava dei corpi in eccesso.
I boia democratici rendono omaggio alle loro vittime.

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“Il CIE di Gradisca va chiuso”

A dirlo questa volta non sono gli antirazzisti che da sempre si battono contro i CIE, non sono manco i sindacati degli sbirri che si lamentano per dover fare il lavoro sporco e neanche qualche esponente della sinistra istituzionale locale che alle parole non ha mai fatto seguire fatti concreti.  L’affermazione è di Luigi Manconi, presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani del senato, dopo la visita al lager gradiscano. Per la prima volta un esponente governativo, seppur ovviamente non chiedendo la chiusura dei CIE in quanto tali, dice a chiare lettere che quel campo di internamento va chiuso. Va chiuso perchè non rispetta i diritti umani…e quale CIE li rispetta rilanciamo noi? Come può essere accettato il principio della “detenzione amministrativa”? Come si può rendere dignitosa la carcerazione di persone solo perchè non hanno un documento? Dal nostro punto di vista è chiaro che non vi può essere nessuna giustificazione o mediazione possibile nei confronti di queste strutture d’oppressione peggiori delle “normali” galere. Ribadito questo basilare ma centrale concetto torniamo a Gradisca. Questa visita è la diretta conseguenza delle proteste dei reclusi che hanno caratterizzato tutto il mese di agosto con numerose manifestazioni sui tetti (anche per diversi giorni di fila) e le consuete fughe e autolesionismi. A seguito di questi fatti un ragazzo si trova tutt’ora, a un mese dalla caduta, in coma all’ospedale di Trieste. Le proteste, supportate e amplificate dagli antirazzisti, hanno fatto riesplodere l’attenzione sul lager gradiscano. La situazione del CIE è a dir poco traballante: poche decine di reclusi di fronte ad una capienza iniziale di 250 posti, l’ala ristrutturata ancora chiusa, operatori pagati da anni con mesi di ritardo, la Connecting People che lo gestisce sotto processo con l’accusa di truffa, fughe (riuscite e non), autolesionismi e scontri con operatori e sbirri quasi quotidiani, una costante attenzione e presenza degli antirazzisti, il prefetto in difficoltà di fronte alle continue richieste di visite all’interno da parte di giornalisti e politici… Il quadro complessivo che emerge è di una struttura da anni in difficoltà ed ora sull’orlo del collasso. Già nell’inverno del 2011, a seguito di alcuni giorni di rivolta degli immigrati che portarono alla devastazione del CIE, si era giunti sull’orlo della chiusura. Quella volta però il ministero dell’interno andò giù duro e pur di non chiudere il centro fece dormire per mesi i reclusi per terra prima di iniziare i lavori per un minimo ripristino della struttura. Stavolta però la situazione è ancora più pesante e i soldi sempre meno. Se il CIE di Gradisca chiudesse -seppur temporaneamente- sarebbe un ulteriore colpo al sistema dei CIE e delle espulsioni a livello nazionale dopo la chiusura di Modena, Bologna e Crotone

Gli antirazzisti -che erano presenti fuori dal lager anche il giorno della visita della commissione e che stanno continuando l’opera di controinformazione nei territori- continueranno a spingere in questa direzione. Affinchè chiuda e non riapra mai più.

Aggiornamenti al 23 settembre: nei giorni fra il 20 e il 21 è riesplosa la rabbia dei reclusi prima con una nuova salita sui tetti per qualche ora e poi con una riuscita fuga accompagnata da violenti scontri con la polizia. Qui cronaca e rassegna stampa.

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Gradisca: reclusi sui tetti

striscione-bAggiornamenti al 02 settembre: venerdì sera nuova fuga: in una dozzina hanno tentato di scappare e in due ci sono riusciti facendo perdere le proprie tracce.  Nella notte fra sabato e domenica i reclusi sono scesi dal tetto. Ci sono stati momenti di tensione con la polizia presente in forze ma non ci sono state al momento ritorsioni. Ancora gravi le condizioni del ragazzo in coma all’ospedale.

Aggiornamenti del 30 agosto: dall’altro ieri i reclusi sono tornati sul tetto dove sono tutt’ora e intenzionati a resistere. Il motivo scatenante questa volta 4 notifiche di cui due di ulteriore permanenza nel lager (dopo 14 mesi in questo caso) e di diniego della richiesta di rimpatrio volontario e anche qui prolungamento della detenzione. Rassegna stampa.

Rassegna stampa dal 21 al 25 agosto qui e qui.

Aggiornamenti del 21 agosto: i migranti continuano ad essere chiusi nelle loro stanze. La persona che ieri ha ingoiato la lametta e che da ieri è entrato in sciopero della fame, si trova al Cie, presso l’infermeria dove gli sarebbe stato somministrato dell’olio per agevolare l’espulsione della lama. Ci chiediamo se quello sia il luogo più idoneo a questo tipo di intervento che, da ignoranti, ci sembra non privo di rischi. Un altro uomo, di 46 anni di origine algerina è in sciopero della fame dalla notte del Bairam, quando i festeggiamenti per la fine del Ramadan sono stati impediti e la protesta è stata poi soffocata nei lacrimogeni al CS.
L’uomo ha perso 17 chili in 10 giorni e ci ha dichiarato di aver tentato il suicidio 3 volte nell’ultimi 6 mesi, da quando cioè si trova rinchiuso al CIE di Gradisca d’Isonzo.
Due giorni fa ha ingoiato una ingente quantità di psicofarmaci e ha poi rifiutato ogni tipo di intervento medico, seppure gli sarebbe stato proposto anche il trasporto all’ospedale di Gorizia.
Soffre di problemi alla tiroide e ha interrotto anche le cure mediche per questi.
Chiede di parlare con qualcuno (al telefono la nomina come “commissione”) che si occupi di verificare le ingiuste e disumane condizioni di detenzione all’interno del CIE.

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Crotone: CIE chiuso dopo la rivolta

É il dieci agosto quando un ragazzo marocchino di 31 rinchiuso nel lager dell’isola di Sant’ Anna di Capo Rizzuto (Crotone) si sente male.
Viene portato al pronto soccorso, ma, come è ovvio aspettarsi dalla stampa ufficiale, non è dato sapere dopo quanto tempo, così come non è possibile conoscere nemmeno il nome del ragazzo, che muore una volta arrivato all’ospedale.
L’autopsia parla, come dato provvisorio, di una cardiopatia, ma qualcosa di sospetto deve esserci, se persino il medico legale decide di disporre ulteriori accertamenti a causa delle tracce di sostanze, probabilmente farmaci, rinvenute nel suo corpo. La cosa non stupisce. Mentre i responsabili della Misericordia, che gestisce il centro, gridano ai quattro venti che il giovane è morto per cause naturali è difficile non pensare alle tante denunce pubbliche per i farmaci scaduti o gli psicofarmaci somministrati a forza nei Lager per migranti.
Le cose devono apparire più chiare ai suoi compagni di prigionia che iniziano una rivolta in cui danno alle fiamme suppellettili e materassi e arrivano a danneggiare seriamente anche le pareti del centro, tanto da obbligare i gestori a constatarne l’inagibilità, ma nessuno dei reclusi riesce a guadagnare la libertà, dopo la repressione della rivolta da parte della polizia, tutti i 51 prigionieri vengono smistati in altri c.i.e.
Intanto oggi, 20 agosto, in mattinata i richiedenti asilo del c.a.r.a. Dell’isola sono scesi in strada bloccando per quasi due ore la statale 106 con cartelli contro il sovraffollamento della struttura e gli assurdi tempi burocratici che intercorrono tra la richiesta e l’eventuale ottenimento dello status di rifugiati.
Attualmente nel c.a.r.a. sono stipate 1450 persone e non è la prima volta che vengono denunciate pubblicamente le condizioni invivibili della permanenza nel centro.

Riportiamo un commento a seguito della visita del ministro Kyenge al lager sul blog dei compagn* di Anarcalabra.

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Dopo Bologna chiude anche il CIE di Modena

É terminato mercoledì 14 agosto lo svuotamento del c.i.e. di Modena, già progressivamente distrutto dalle rivolte, anche se la decisione della prefettura arriva solo dopo l’incapacità del consorzio l’Oasi, gestore del centro di pagare gli stipendi ai lavoratori.

La chiusura dell’ultimo Lager ancora aperto in Emilia Romagna, però, per i 23 prigionieri ha significato solo un trasferimento in altre strutture analoghe. Il consorzio era subentrato alla Misericordia circa un anno fa, abbassando i costi da dell’appalto da 75 a 29,1 euro al giorno per ogni  prigioniero e date le notizie delle disastrose condizioni di vita già durante la precedente gestione è quasi impossibile immaginare a che punto possa essere arrivata l’inumanità della permanenza. Anche il c.i.e. di Bologna, gestito sempre dal consorzio l’Oasi è stato chiuso, ormai da qualche mese per la stessa ragione.

Difficile, però, sapere se la chiusura dei due lager sarà definitiva, tanto più che la prefettura di Modena ha disposto, contestualmente al trasferimento dei prigionieri, un piano di ristrutturazione dell’edificio.

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Torino, Trapani e Modena. Cronache degli ultimi giorni

imagesTorino. Un’estate molto calda nei CIE d’Italia. Dopo la rivolta che ha scosso il CIE di Modena venerdì 19, nella notte tra domenica 21 lunedì 22 è scoppiata una rivolta nel Cie di corso Brunelleschi. I primi segnali vengono dall’area bianca, ristrutturata di recente e considerata molto sicura per i tavoli e i letti cementati al suolo, I prigionieri incendiano i materassi. La rivolta si estende nell’area gialla, nella rossa e nella blu. La rottura della normalità favorisce le fughe: alcuni reclusi ci provano. I più vengono subito ripresi, un altro cade e si ferisce, ma uno forse ce l’ha fatta ed è evaso. Martedì mattina i reclusi erano ancora accampati nei cortili, a causa dei danni inferti alla struttura.

Trapani. Notte movimentata anche al Cie di Trapani Milo. Un gruppo di migranti ha tentato la fuga il 22 luglio. In quattro sono riusciti a scappare. Pare che negli scontri, tre militari sono rimasti feriti.
Il 24 luglio l’Unione delle camere penali ha visitato il Cie di Trapani, “il più preoccupante e quello con maggiori tensioni”.
“La vita all’interno del centro è disumana, con una persistente violazione della dignità della persona, non solo dei diritti umani”. La metà degli internati dell’ultimo anno è riuscita a fuggire.

tratto da anarresinfo.noblogs.org

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Quando l’emergenza diventa la norma

Quando l’emergenza diventa la norma

Sulla “nuova emergenza sbarchi” di queste settimane pubblichiamo l’articolo apparso sul n.24 di Umanità Nova.

Da anni, ormai, la stagione estiva in Sicilia è sinonimo di viaggi disperati e tragedie legate all’immigrazione. Quest’anno, a dire il vero, tutto è cominciato con un certo ritardo a causa di condizioni climatiche insolitamente cattive. Ad ogni modo, dall’inizio del 2013, nella sola Lampedusa sono arrivate quasi 3.642 persone in 43 sbarchi. In realtà non si tratta di un numero imponente, ma la proverbiale impreparazione (mista a interessato allarmismo) delle autorità italiane, fa sì che si cominci già a evocare lo spettro dell’emergenza. Il problema è, come al solito, Lampedusa. Un’isola piccola, praticamente in mezzo al Mediterraneo, il primo scoglio italiano sul quale impattare quando si prende il largo dall’Africa. Appena il tempo si è fatto un po’ più bello, a giugno si sono verificati 18 sbarchi, per un totale di 1416 persone arrivate sull’isola. Altri 237 migranti sono sbarcati direttamente sulla costa agrigentina. Nel mese precedente, la situazione era stata più che gestibile con appena 5 sbarchi per un totale di 356 immigrati.

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Kyenge, la Lega e il retaggio coloniale

clip_image0014Le brutali dichiarazioni dell’esponente leghista Dolores Valandro, che augurava al ministro Kyenge di essere stuprata perché potesse capire cosa “provavano le vittime di stupro”, postata su un sito specializzato in “crimini degli immigrati” hanno suscitato un’indignazione indignazione tale da indurre i dirigenti del suo partito ad espellerla. D’altra parte Valandro era già in odore di eresia per essersi schierata con il potente padre della formazione padana Umberto Bossi.
Colpisce che, nonostante la presa di distanza dei vertici del suo partito Valandro abbia numerosi sostenitori: il gruppo facebook fatto in sua difesa ha raccolto in poche ore 3.625 iscritti.
Inutile sottolineare il razzismo insito nel frequentare un sito che si occupa in esclusiva dei reati commessi da immigrati, come se vi fosse in questo una particolarità genetica evidente. Il razzismo fa parte del DNA della Lega, un partito che si pasce delle ceneri dei tanti autonomismi del nord, ma costruisce la propria identità nella creazione di una piccola patria assediata da una decadenza inarrestabile.
I nemici iniziali della Lega furono i meridionali, al punto che all’epoca della promulgazione della prima legge che ne limitava l’accesso nel nostro paese, legge firmata dal socialista Claudio Martelli, i leghisti si opposero perché ritenevano che l’ingresso di lavoratori stranieri avrebbe ridotto il numero di indolenti lavoratori meridionali.
La vicenda di cui è stata protagonista Dolores Valandro, pur pienamente inscrivibile negli stereotipi del razzismo in salsa padana, rimanda ad un razzismo più profondo, quello maturato durante l’era feroce del colonialismo italiano nel corno d’Africa.
Le popolazioni colonizzate erano descritte in modo da renderne pressoché inattingibile l’umanità. Pavidi, feroci, stupratori gli uomini, animalesche e disponibili le donne. Il nostro paese non ha mai fatto i conti con la cultura che lo ha permeato negli anni della conquista coloniale prima e dell’Impero poi.
L’utilizzo di gas nervini contro le truppe indigene, gli stupri delle donne, indicate come posta in palio della conquista, ne sono il segno distintivo. Le nuove terre da coltivare erano rappresentate con corpi di donne discinte, la colonna sonora era “Faccetta nera”, le icone erano le cartoline di donne nude scattate a beneficio delle truppe.
Dopo la conquista la propaganda muta di segno: il mito della venere nera, selvaggia, animalesca ma desiderabile, cede il passo ad un’immagine disgustosa, ripugnante, quasi deforme, veicolata dalla rivista “La difesa della razza”.
In questa ambivalenza è la radice del razzismo verso gli africani e le africane, che riemerge potente nell’invettiva di Dolly Valandro. Una donna può augurare ad un’altra donna lo stupro solo se quell’altra donna viene esclusa dall’umanità, inscritta in un immaginario feroce di esclusione. Bestia, prostituta, ripugnante.

Anarres ne ha discusso con un compagno di Pisa Roberto.
Ascolta la diretta

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Friuli Venezia Giulia. La campagna contro i CIE continua

Continua nell’estremo nord-est la campagna contro i CIE. Dopo le iniziative a Trieste, Pordenone e Udine in maggio e il presidio di fronte al lager di Gradisca il 1 giugno, sabato 15 maggio si sono svolte altre due iniziative di controinformazione e dibattito a Trieste e Udine. A Trieste in piazza Cavana è stato presentato il rapporto sui CIE del MEDU (medici per i diritti umani). A Udine sotto la loggia del Lionello Loggia c’è stato un incontro con Elisabetta Teghil sui CIE.
“Un giro interessante guardandoli un po’ da dentro come luoghi di non vita e di  sospensione ed arbitrarietà del diritto,  nella convinzione che il miglior miglioramento, la prima istanza da mettere in campo è la chiusura perchè tutte le altre richieste, se pur legittime spesso legittimano i loro ideatori a renderli socialmente più accettabili.
Perchè guardati da fuori e da lontano nella loro origine e nel loro divenire i CIE sono la continuazione di tutte le colonizzazioni europee con altri mezzi, sono il paradosso dell’espulsione attraverso il confinamento, sono l’estensione di confini dentro la città per l’omologazione e la purificazione della popolazione da soggetti non riducibili alla sovranità statale alla quale potranno eventualmente avere accesso solo dopo aver pagato lo scotto della dis-identità soggettiva.
Un giro fatto da Elisabetta guardando alla esperienza di lotta collettiva femminista e lesbica al CIE di Ponte Galeria e al neoliberismo come matrice dei lager del  ventunesimo secolo e dell’imbarbarimento sociale che permea anche la tragica insolubilità  dei microdissidi quotidiani; un giro fatto da noi guardando anche oltre il neoliberismo, alla necessità di un pensiero che coniughi l’essere quello che si è con il territorio nel quale si vuole vivere non segnato da confini   reali o virtuali, da confini di Stato, e  da colonizzazioni -preesistenti al neoliberismo-, da nazionalismi guerreggiati ma mai risolti…
Ma qui si aprono altri percorsi di ragionamento fecondi di pensiero e confronto, altre trame da mettere in campo perchè con Elisabetta, siamo pienamente convinte e concordi, occorre tramare e costruire vie di fuga.” (tratto da Info-action).

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Torino. Una piazza antirazzista

DSCN0026Venerdì 14 giugno, largo Saluzzo. Un’ottantina di persone hanno animato l’iniziativa antirazzista promossa dalla Cub in largo Saluzzo.
All’assemblea di piazza hanno partecipato i ragazzi dell’ANPI della zona, che hanno raccontato della necessità che la memoria della Resistenza si coniughi con le lotte per le libera circolazione dei migranti. C’erano anche due studenti dello YUC, che hanno parlato della loro ricerca sulle vite dei migranti nella nostra città. Importante la testimonianza del collettivo antirazzista saluzzese sulle lotte dei braccianti nel distretto della frutta in provincia di Cuneo, una Rosarno del nord, tra baraccopoli, razzismo e lotta per la dignità e il salario.
Nel suo intervento l’esponente della CUB immigrazione ha parlato del CIE di corso Brunelleschi, tra autolesionismo, rivolte e fughe.
Ha concluso l’assemblea un’esponente di “antirazzisti contro la repressione”, parlando delle lotte che cinque anni fa segnarono il percorso breve ma intenso dell’assemblea antirazzista torinese. Le tante iniziative contro i CIE, le politiche securitarie, il pacchetto sicurezza, il razzismo di Stato entrate nel mirino della magistratura che ha rinviato a giudizio in due mega processi 67 antirazzisti.
La giornata si è conclusa con la performance di strada “Ti ricordi di Fatih?” dedicata al tunisino morto nel CIE di Torino nella notte tra il 23 e il 24 luglio 2008.

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Saluzzo. Braccianti sotto sgombero

saluzzoMartedì 11 giugno. Dal 5 giugno era ormai esecutiva l’ordinanza del sindaco Allemano che sanciva lo sgombero dell’area dietro il Foro Boario a Saluzzo. Alternative non se ne vedono, il paradosso è il solito. Non ci sono le condizioni igienico-sanitarie minime perché gli immigrati abitino quell’area, allo stesso tempo però quelle braccia a basso costo servono. Soluzione: si accampino alla spicciolata senza creare problemi che acquistino una dimensione pubblica, si rendano più invisibili.
Riportiamo di seguito il comunicato diffuso su facebook dal Comitato antirazzista:
“150 migranti giunti per la raccolta della frutta e accampati sotto teli di fortuna non hanno trovato posto nelle strutture. Molti di loro non hanno un luogo dove stare dopo la chiusura, il 28 febbraio di quest’anno, dei campi per l’emergenza Libia. Un telo, un cartone bagnato e la speranza di un lavoro nella campagna della frutta sono le uniche cose che gli rimangono. Portiamo la solidarietà adesso.”
Nonostante la trattiva aperta con il comune all’alba dell’11 giugno si è presentata la polizia in assetto antisommossa per attuare lo sgombero della tendopoli. Sul posto sono accorsi alcuni solidali che hanno bloccato la strada per impedire ai camion dell’azienda per la raccolta dei rifiuti di entrare nel campo e alcuni avvocati che sono riusciti ad entrare.

Ascolta la diretta con Lele del Comitato antirazzista di Saluzzo realizzata dall’info di Blackout

Mercoledì 12 giugno
Ieri la polizia si è “limitata” a portare via le tende, senza cacciare i braccianti dall’area. Tutti gli immigrati hanno un permesso di soggiorno: sono in parte ragazzi reduci dall’emergenza nordafrica, altri vengono dalle regioni dell’est dove la crisi ha buttato in strada molti lavoratori stranieri, obbligandoli a migrazioni stagionali. Quest’inverno nella piana di Gioia Tauro, in estate in provincia di Cuneo.
Il comitato antirazzista ha cominciato una trattativa con il comune per avere un altro spazio, migliore, perché dotato di allacciamento elettrico e idrico.
I lavoratori e i solidali sono decisi a resistere e ad impiantare lì o altrove un nuovo campo.
Fanno appello alla solidarietà per le tende e alcuni tendoni per le cucine autogestite.
Venerdì 14 giugno una delegazione sarà a Torino nell’ambito della festa antirazzista promossa dalla CUB in largo Saluzzo. Appuntamento alle ore 18.

Ascolta l’aggiornamento di Lele
Qui puoi vedere il servizio del Fatto Quotidiano realizzato prima dello sgombero
Qui un articolo scritto da Lele per il blog Terre Libere, in cui viene raccontata la dinamica che porta allo sgombero.
Qui un post dello scorso anno sui forzati della raccolta della frutta

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Di fronte al CIE di Gradisca. Ancora.

Quello che segue è il report del presidio di sabato 1 giugno davanti al lager gradiscano che apparirà su Umanità Nova

21_slogans_01Non molliamo mai! Questo è il pensiero che mi è venuto alla fine del presidio di sabato 1 giugno davanti al CIE di Gradisca. Era infatti il gennaio 2004 quando il movimento anarchico regionale ha  realizzato la sua prima iniziativa pubblica contro l’allora costruendo CPT. Sono passati quasi dieci anni e il nostro movimento era di nuovo lì davanti a manifestare e urlare la propria rabbia contro queste strutture di sopraffazione e abuso. Un impegno che, con alti e bassi, non è mai venuto meno. Ed anche questa volta non eravamo soli, con noi c’erano altri antirazzisti e immigrati impegnati su queste tematiche. L’iniziativa di sabato era stata indetta come “Coordinamento regionale contro il CIE” a seguito di una riunione dell’area libertaria che ha voluto così rilanciare l’attenzione su questo tema. La manifestazione di sabato era stata preceduta da due riusciti presidi a Trieste e Pordenone e una proiezione video a Udine. Per l’occasione è stato anche prodotto un nuovo dossier informativo sulla struttura gradiscana (scaricabile dal sito www.info-action.net ).

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Fatih. Gli antirazzisti non dimenticano

DSCN0193Sono passati cinque anni. La‎ storia di Fatih, l’immigrato tunisino morto nel CIE – allora CPT – di corso Brunelleschi nella notte del 23 maggio 2008, non la ricorda quasi più nessuno.
Fatih era un immigrato tunisino senza documenti. Nella notte del 23 maggio 2008 stava male. I suoi compagni chiesero aiuto. Nessuno li ascoltò. Racconteranno: “eravamo come cani al canile, urlavamo e nessuno ci ascoltava”.
Il mattino successivo, quando finalmente quelli della Croce Rossa entrarono nella sua cella, per Fatih non c’era più nulla da fare.
Su questa vicenda sarebbe calato il silenzio, se alcuni compagni di Fatih non fossero riusciti ad intercettare un giornalista che raccontò questa storia sulle pagine di Repubblica.
Due giorni dopo il responsabile del CIE Antonio Baldacci dichiarerà alla stampa che “gli immigrati mentono sempre, mentono su ogni cosa”.
Il colonnello e medico Antonio Baldacci non ebbe nemmeno il pudore di tacere di fronte ad un uomo lasciato senza cure nel Centro affidato alla sua responsabilità.
Poi calò il silenzio stampa. Troppo scottante questa vicenda. In quegli stessi mesi il governo Berlusconi stava varando il secondo “pacchetto sicurezza”, un insieme di norme costruito per rendere ancora più dura la vita degli immigrati e per colpire l’opposizione politica nel nostro paese.
Il caso venne subito chiuso.
I testimoni furono espulsi in gran fretta.
Nessuno sa di cosa sia morto Fatih. Si sa tuttavia che in un centro gestito dalla Croce Rossa nessuno lo ha assistito.
Il 2 giugno 2008 un gruppo di antirazzisti andò a casa di Antonio Baldacci.
Fecero rumore con le casseruole, distribuirono volantini, appesero striscioni.
La protesta di persone che non potevano tollerare una morte senza senso.
Oggi quella protesta è entrata nel fascicolo del doppio processo a 67 antirazzisti torinesi, un processo contro chi ha lottato e lotta contro le deportazioni, la schiavitù del lavoro migrante, la militarizzazione delle strade.
67 attivisti sono accusati di fare volantini, manifesti, di lanciare slogan, di dare solidarietà ai reclusi nei CIE, di contrastare la politica securitaria del governo e dell’amministrazione comunale.
L’impianto accusatorio della procura si basa su banali iniziative di contestazione.
L’occupazione simbolica dell’atrio del Museo egizio – 29 giugno 2008 – per ricordare l’operaio egiziano ucciso dal padrone per avergli chiesto il pagamento del salario; la contestazione – 17 luglio 2008 – dell’assessore all’integrazione degli immigrati Curti, dopo lo sgombero della casa occupata da rom in via Pisa; la giornata – 11 luglio 2008 – contro la proposta di prendere le impronte ai bambini rom di fronte alla sede leghista di largo Saluzzo; la protesta – 20 marzo 2009 – alla lavanderia “La nuova”, che lava i panni al CIE di corso Brunelleschi… ma l’elenco è molto più lungo. Decine iniziative messe insieme per costruire un apparato accusatorio capace di portare in galera un po’ di antirazzisti.
Da mesi è partita una campagna per portare il CIE – e la storia tragica di Fatih – per le strade di Torino.
Nel quinto anniversario della sua morte il gruppo di compagni di “Ti ricordi di Fatih? Antirazzisti contro la repressione” ha organizzano tre giorni contro i CIE.

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CIE. L’eredità del governo Monti

cie gabbiaIl fronte del CIE è sempre caldo. Nel presentare il programma della tre giorni contro il CIE del 23-24-25 maggio a Torino, abbiamo fatto una chiacchierata con Alberto, un compagno di Trapani, dove i due CIE – uno al momento chiuso per lavori – sono da sempre al centro di lotte durissime e di numerose rivolte ed evasioni.

Ne è scaturita una discussione a tutto campo centrata soprattutto su un documento sui CIE prodotto da una commissione nominata nel giugno 2012 dall’ex ministro dell’Interno Cancellieri.
Una delle tante eredità lasciate dal governo Monti a propri successori.
Su questo tema vi consigliamo la lettura di un articolo uscito di recente per il settimanale Umanità Nova.

Ascolta la diretta con Alberto

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Il Torto e la ragione. Sui recenti fatti del CIE di Milo

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Qualche volta capita che i drammi quotidiani che si consumano all’interno di un Centro di Identificazione ed Espulsione, riescano a varcare gli alti muri di queste strutture per raggiungere l’esterno e l’opinione pubblica.
La notizia dell’ultimo pestaggio ai danni di un immigrato, ampiamente documentato da un’intervista telefonica e da alcune foto facilmente reperibili su internet, viene comprensibilmente trattata con la dovuta cautela da parte degli organi di informazione locale, costretti a fare i conti anche con la versione della Questura di Trapani, secondo la quale – manco a dirlo – è stato l’immigrato ad aggredire il poliziotto, e non viceversa.
Da parte nostra, di fronte alle foto di un volto tumefatto, non abbiamo molti dubbi. Poco ci importa se la repressione violenta sia scattata in seguito a un tentativo di fuga dell’immigrato, oppure a causa di un suo scatto d’ira. Non sarebbe la prima volta, e non sarà nemmeno l’ultima, visto che la detenzione in un CIE è qualcosa di umanamente intollerabile.
Mentre c’è chi attende che si pronunci la magistratura, chiamata a decidere – proprio dall’immigrato – su come siano andati i fatti, noi ci limitiamo a esprimere la nostra solidarietà incondizionata al migrante picchiato, e non ad altri.
E questo perché i CIE – e chi dentro vi “lavora” – stanno oggettivamente, e costitutivamente, sempre dalla parte del torto.

Coordinamento per la Pace – Trapani
Gruppo Anarchico “Andrea Salsedo” – Trapani

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Presidi contro il CIE in Friuli-Venezia Giulia

18 05 13 trieste CIEDa molti anni (da ben prima che venisse aperto nel 2006) per il movimento anarchico in Friuli-Venezia Giulia la lotta contro il CIE di Gradisca è stata un impegno importante. Pur con alti e bassi, pur se non sempre in modo continuativo, l’attenzione verso ciò che succedeva dentro il lager isontino non è mai venuta meno. L’ultima iniziativa significativa contro il campo si era svolta nel marzo del 2011: in occasione dell’ ”anniversario” dei cinque anni dall’apertura (a suon di manganellate sui manifestanti) i gruppi e le realtà anarchiche riunite nel “Coordinamento libertario contro i CIE” avevano dato vita ad un presidio con oltre 200 partecipanti che, per varie ore, avevano sparato musica e discorsi solidali davanti alle mura del centro nonché effettuato spontaneamente un blocco della statale (per questo erano arrivate nei mesi successivi decine di multe).  Quest’anno si è deciso (anche sull’onda dell’impegno anticarcerario che ha visto numerose iniziative fra Tolmezzo, Udine e Pordenone) di rilanciare l’iniziava sul tema. Come “Coordinamento regionale contro il CIE”, nuova denominazione creata per allargare ancora di più la partecipazione a realtà e individualità non anarchiche, si è lanciato un presidio per il 1 giugno davanti al CIE. Per pubblicizzare la manifestazione e tornare a parlare di questi temi si è deciso di effettuare delle iniziative locali nelle settimane precedenti. E così sabato 18 si sono svolti in contemporanea due presidi uno a Trieste e uno a Pordenone.

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Sangue, terra e razzismo

discriminazionLa proposta della ministro Kyenge di applicare, sia pure a certe condizioni, lo jus soli ai bambini nati in Italia da genitori stranieri, ha scatenato ampie e prevedibili polemiche che hanno avuto tra i protagonisti fascisti e leghisti. L’ultimo ad allinearsi alla canea è stato il portavoce del M5S Giuseppe Grillo, che ha invocato un referendum.
L’uguaglianza tra esseri umani è sempre stata un’astrazione rispetto alle altisonanti dichiarazioni di principio liberali: solo lotte durissime hanno allargato progressivamente il diritto formale di cittadinanza, pur mantenendo la terrificante materialità della piramide sociale.

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Grecia. Lacrime e sangue

Siamo a Manolada, nel cuore del Peloponneso, dove immigrati/schiavi lavorano alla raccolta delle fragole. Un lavoro durissimo, sempre chini dotto le serre che si trasformano presto in forni. Gli immigrati bangla che ci lavorano non hanno molta scelta: questo lavoro è la loro sola possibilità in un paese stremato dalla crisi, dove gli immigrati lavorano solo se accettano ogni condizione. A Manolada i braccianti vivono stipati in baracche di plastica, senza acqua né gabinetti. Per questi residence pagano anche l’affitto. All’inizio di aprile alcuni di loro provano a chiedere di essere pagati: ormai sono lì da sei mesi ma non hanno ancora visto un euro. I sorveglianti al servizio del padrone minacciano di morte chi chiede il salario. Il 24 aprile decidono di andarci tutti insieme. La risposta dei tre sorveglianti è di pura ferocia: imbracciano le carabine ed aprono il fuoco. Trenta dei duecento lavoratori vengono feriti, alcuni in modo grave. Solo per un caso non ci sono stati morti. L’episodio è tanto grave che la notizia oltrepassa rapidamente i confini ellenici. Il ministro dell’Interno Dendias è obbligato ad aprire un’inchiesta e a far arrestare i tre caporali/assassini, promettendo nel contempo di non espellere i braccianti che potranno così testimoniare al processo. Peccato che i fatti del 14 aprile siano solo la punta di diamante di una situazione intollerabile già da molti anni. I caporali non si sarebbero sentiti tanto forti da imbracciare un fucile se terribili soprusi ai danni degli immigrati non fossero la regola in queste zone. L’omertà e il silenzio hanno coperto episodi anche molto gravi. Nel 2008 la pubblicazione di notizie relative a torture inflitte ai braccianti – alcuni anche bambini – di Manolada non ebbe altra conseguenza che un infittirsi della repressione contro i ragazzi che avevano osato parlare. Nel 2009 due allevatori della zona hanno torturato due immigrati bangla, legandoli al proprio camion e trascinandoli per centinaia di metri. Qualche mese più tardi un parente dei due allevatori ha spaccato con un bastone la testa ad un altro lavoratore bangla. Il governo, nonostante le violente incursioni dei nazisti di Xrisi Argi, nonostante la diffusione del caporalato, delle schiavitù e delle torture, sostiene che gli peisodi di razzismo sono solo occasionali nel paese, un paese con una solida “tradizione di ospitalità”. Con tragica ironia il ministro Dendias ha chiamato “Xenos Dias”, l’operazione di rastrellamento di centinaia di immigrati senza carte rinchisui in condizioni spaventose in celle minuscole per lunghi mesi. Uno dei centri più grandi si trova a Corinto dove circa trecento immigrati hanno dato vita ad una rivolta repressa nel sangue.

Anarres ne ha parlato con Giorgios, un compagno del gruppo dei Comunisti Libertari di Atene. Ne è scaturita una conversazione a tutto campo che ha investito anche le recenti operazioni repressive ad Atene e le lotte di solidarietà e resistenza degli ultimi mesi. Ascolta la diretta

Qui puoi vedere le immagini del campo di Manolada dopo dopo il ferimento dei trenta immigrati.

tratto da Anarres.

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