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CIE di Torino. Ancora in sciopero della fame

Sabato 5 marzo. Al CIE di Torino, dopo la rivolta che ha mandato in fumo la sezione gialla, i reclusi sono in sciopero della fame da ormai cinque giorni.
La maggior parte di loro proviene dalle città costiere della Tunisia, dove si campa soprattutto di turismo. L’insurrezione che ha portato alla cacciata di Ben Alì e, la scorsa settimana, del suo successore Gannouci, ha messo in ginocchio l’economia di queste zone. Da qui l’esodo verso l’Europa. Molti contano di raggiungere in Francia parenti ed amici: qualcuno ce l’ha fatta, altri sono stati rinchiusi nei CIE, come quello di corso Brunelleschi. Tra loro, a quanto riferisce l’Unità, c’è anche un minorenne, che non l’ha dichiarato perché teme di essere separato dai propri amici.
Intanto ai valichi di frontiera tra l’Italia e la Francia si sta giocando una partita a ping pong dove le palline sono esseri umani rimbalzati da un lato all’altro del confine. Un confine ormai cancellato che torna ad innalzare le proprie barriere di fronte a uomini in fuga dalla miseria.
I trenta ragazzi rinchiusi nel CIE di Torino sono decisi a resistere: molti di loro hanno partecipato alla rivolta contro Ben Alì, assaporando il gusto della libertà, un gusto cui non sono disposti a rinunciare tanto facilmente. Non capiscono perché proprio a loro tocchino sei mesi in gabbia e poi la deportazione. Il governo italiano non sa che pesci prendere, teme perdere consensi e si muove a casaccio.
Dei tanti approdati a Lampedusa dalle coste tunisine alcuni ottengono asilo, ad altri viene dato il foglio di via e provano a saltare la frontiera con la Francia, altri ancora, come i trenta nel CIE di Torino, si guadagnano un soggiorno gratis dietro le sbarre.
Alcuni loro amici in Tunisia hanno aperto una pagina facebook dedicata a loro. Si chiama Guntanamo/Italia.
Leggi il bel reportage pubblicato su Fortresse Europe.
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Torino. Alpino impacchettato e corteo migrante

Torino, Primo Marzo. Un enorme telo di plastica nera ha impacchettato il Totem all’Alpino. Sul tronco che ne regge il testone è stato piazzato un grosso cartello con la scritta “via gli alpini dalla città”.
Non poteva che iniziare così la giornata di lotta migrante a Torino. Gli alpini sono nelle nostre strade e nel centro di corso Brunelleschi da ormai due anni. Sono gli stessi che ammazzano in Afganistan. Sei mesi là e sei mesi qua. A fare la guerra ai poveri.
Poi si parte. Italiani e immigrati insieme per una giornata che riprende il filo rosso delle lotte dell’autunno contro la sanatoria truffa, per i documenti, contro la schiavitù del lavoro, per la chiusura dei CIE.
Sullo sfondo l’eco delle rivolte in Nordafrica, l’orgoglio dei maghrebini che si sono ripresi un pezzo di libertà, uno scampolo di futuro.
Una rivolta che sta contagiando i CIE di tutta Italia, cominciando da quello di Gradisca, che gli immigrati l’hanno demolito, stanza dopo stanza. E che è arrivata anche a Torino, dove la sera prima era andata a fuoco la sezione gialla.
In testa al corteo sul camion di apertura uno striscione rosso con la scritta “Noureddine, omicidio di Stato”. Il corteo è dedicato all’ambulante di Palermo, morto dopo una lunga agonia. Aveva le carte a posto e sperava che presto sua moglie e la sua bambina potessero venire in Italia.
Di questo sogno banale ed umano non resta più nulla. Noureddine è morto. Per una settimana, giorno dopo giorno, aveva subito i controlli dei vigili, impegnati a far rispettare i regolamenti “sul decoro urbano”. Non ne poteva più. Ha preso una tanica, si è cosparso di benzina e l’ha accesa.
Noureddine è stato ammazzato. Ammazzato dalle leggi di uno Stato che nega un futuro a chi arriva nel nostro paese sperando in una vita migliore. Ma qui trova solo sfruttamento bestiale, discriminazione, razzismo.
Anche a Torino per poco non ci è scappato il morto. In mattinata un immigrato cui era stato negato il permesso di soggiorno, si è dato fuoco nel cortile dell’Ufficio della Questura di corso Verona. Le fiamme che lo hanno avvolto sono state subito spente e lui se la caverà. Non si spegne invece la rabbia per i tanti morti da cui è segnata la pur breve storia dell’immigrazione nel nostro paese.

Il corteo percorre le strade di S. Salvario per poi dirigersi verso il centro. La gente si avvicina, prende i volantini, fa domande. Musica e interventi si alternano dai vari impianti.
In via Po compare una scritta sulla filiale dell’Unicredit “Questa banca arma Gheddafi”. Il faccione del dittatore libico è anche in testa al corteo, armato di una falce insanguinata “made in Italy”.
Si finisce in piazza Castello con gli immigrati che spingono sino al Palazzo della Regione, dove si sosta a lungo, fronteggiando quelli dell’antisommossa, mentre la piazza si riempie di musica, parole, slogan.
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Fiamme nell’area gialla del CIE di Torino

Lunedì 28 febbraio. Un incendio è divampato questa sera nell’area gialla del CIE di Torino. In quest’area sono concentrati parecchi immigrati sbarcati a Lampedusa dalla Tunisia.
Gran via vai di vigili del fuoco e auto della polizia intorno alla struttura di corso Brunelleschi.
Il vento di rivolta che attraversa le prigioni per immigrati diventa sempre più forte.
Seguiranno aggiornamenti.
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Torino. Occupata “obiettivo lavoro”. Domani corteo migrante

Torino, lunedì 28 febbraio. In mattinata una trentina di antirazzisti hanno simbolicamente occupato per circa un’ora l’agenzia interinale “Obiettivo lavoro” di via Milano. Obiettivo lavoro fa intermediazione di colf e badanti per conto del Comune di Torino. Fuori, ben prima dell’apertura c’è una lunga fila di lavoratrici in attesa. Oggi è giorno di paga. La maggior parte sono straniere, ma non mancano le italiane. La povertà è senza frontiere.
In strada, davanti all’ingresso viene aperto lo striscione “Primo Marzo corteo antirazzista”, nell’agenzia echeggiano i ritmi della Samba Band.
I caporali dell’agenzia si dividono i ruoli: c’è quello buono e dialogante e quella irosa che inveisce. Le donne che entrano prendono i volantini, poche vanno via veloci, altre si fermano e chiedono, qualcuna ammicca complice.
Un’antirazzista spiega le ragioni dell’azione, ricorda il ricatto cui sono sottoposti i lavoratori e le lavoratici immigrate, l’indecenza del caporalato legale, che agisce in guanti bianchi ma fa girare veloce l’ingranaggio dello sfruttamento all’osso di colf e badanti.
Il caporale buono prova a interloquire, proclama la propria onestà, difende il proprio ruolo. Viene freddato da una lavoratrice che uscendo ci sussurra “gli chieda come mai loro intascano 11 euro l’ora e noi ne prendiamo cinque”. Quel sussurro, amplificato dagli antirazzisti, mette nell’angolo il caporale buono.

Riprende la samba con slogan e tamburi. Nel frattempo è arrivata la digos che si affanna a chiamare rinforzi. Quando arrivano i gipponi dell’antisommossa gli antirazzisti sono già nel cuore del mercato di Porta Palazzo, dove suonano, volantinano, fanno comizi volanti.
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Bari e Torino. Bloccati immigrati che provano a fuggire dal CIE

Due reclusi hanno provato a scappare dal CIE di Bari Palese: secondo il Giornale di Puglia sarebbero stati arrestati in seguito ad un colluttazione con gli agenti di guardia.

A Torino, nel Centro di corso Brunelleschi, un ragazzo si è tagliato i polsi: mentre veniva condotto fuori, altri due hanno provato a scavalcare la recinzione. Uno c’è riuscito ma è stato subito ripreso e malmenato dalla polizia.
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Torino. La libertà in gabbia

Lunedì 14 febbraio entra nel vivo il processo contro due anarchici. L’accusa? Diffamazione e minacce nei confronti di Borghezio, europarlamentare della Lega e, per inciso, noto razzista e fascista non pentito. I fatti? Alla vigilia del 25 aprile del 2009 … Continue reading

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Quando muoiono i bambini

Roma, 6 febbraio. Quattro bambini bruciano vivi in una baracca ai margini del nulla metropolitano.
Siamo a Tor Fiscale. Assi, plastica, poche povere cose. Basta una scintilla, un braciere acceso per tenere lontano l’inverno, e il fuoco si mangia tutto.
Il resto è copione già visto. La disperazione dei parenti, l’indignazione del sindaco post fascista della capitale, che strilla che servono poteri speciali per fare campi sicuri, che si infuria contro la burocrazia. Un alibi traballante ma poco importa. In fondo sono solo zingari. La mattina dopo arrivano le ruspe e tirano giù tutte la baracche. L’ordine è ripristinato.
Arriva anche la magistratura, che mette sotto inchiesta il padre e le due madri: abbandono di minore. La madre di tre dei bambini e nonna del quarto non crede all’incidente: il braciere erea lontano, le fiamme sono divampate troppo in fretta.
Una vicenda che ne ricorda un’altra di quattro anni fa.
Quattro bambini rom morirono nell’incendio di una baracca di legno sotto ad un cavalcavia, vicino alla raffineria di Stagno, a Livorno, l’11 agosto del 2007. I genitori vennero arrestati con l’accusa di abbandono di minore e di incendio doloso, nonostante avessero detto di essere stati aggrediti. Prosciolti dall’accusa di incendio doloso, patteggiarono e vennero scarcerati perché incensurati. Sulla vicenda calò il silenzio nonostante il rogo fosse stato rivendicato del GAPE – Gruppo Armato di Pulizia Etnica.

Quando ci sono di mezzo i rom viene sfogliato l’intero florilegio di pregiudizi razzisti nei loro confronti. Se i bimbi muoiono è colpa loro, che non ci badano, che vanno in giro a rubare, che li fanno vivere in roulotte e baracche.
Come se qualcuno – davvero – potesse scegliere di vivere di elemosina in una baracca senza nulla.
Esemplari le dichiarazioni razziste di Tiziana Maiolo, di Futuro e libertà, dopo il rogo di Tor Fiscale. Per lei i bambini Rom che fanno pipì sui muri sono meno educati del suo cagnolino.

Nel luglio del 2008 una bambina rom, appena sgomberata da una ex fabbrica abbandonata in via Pisa a Torino, disse “almeno per un po’ ho vissuto in una casa vera”. Una casa con il gabinetto. E porte, finestre, luce… Dopo lo sgombero la riportarono lungo il fiume in una baracca piena di topi.

A Torino, il 14 ottobre del 2008 andò a fuoco un campo rom in via Vistrorio. Tre molotov in punti diversi e l’insediamento sulle rive del torrente Stura dove vivevano 60 persone andò in fumo.
Non andò peggio perché un ragazzo diede l’allarme. I giornali allusero alla possibilità che il campo l’avessero bruciato gli stessi rom, per forzare la mano al comune ed ottenere posto nell’area allestita per l’emergenza freddo. Le prove? Non era morto nessuno!
Qualche mese dopo, la magistratura, dopo decine di aggressioni a immigrati e tossici, mise gli occhi sul gruppo fascista “Barriera Domina”: nei telefonini di alcuni di loro trovarono le scansioni dei giornali che parlavano del rogo di via Vistrorio. Due righe in cronaca e poi l’oblio. Chi ha dato ha dato, chi avuto avuto.
Sulla vicenda il sito Ojak, oggi purtroppo non più attivo, fece una controinchiesta.

Quelli come Alemanno vogliono i campi. Altri vorrebbero cacciare tutti. I più chiudono gli occhi e non guardano, magari si commuovono anche un po’. I bambini fanno sempre tenerezza.

Il rogo di Tor Fiscale, come già quello di Stagno, ha fatto notizia perché i bambini erano quattro, altrimenti sarebbero bastate poche note in cronaca, ordinaria amministrazione.
Un bambino muore di freddo, un altro bruciato, un altro se lo porta via una banale influenza.
Infinito l’elenco dei campi rom andati in fumo. A volte distrutti da bravi cittadini, decisi a fare pulizia. Etnica. Altre volte bruciati dalla povertà che non concede sicurezza.

Resta il fatto che quei quattro bambini sono stati ammazzati. Resta il fatto che ogni giorno, in qualche dove, c’è qualcuno che muore. Muore di povertà.
La povertà non è un destino.
I responsabili siedono sui banchi dei governi e nei consigli di amministrazione delle aziende.
Ma che nessuno si creda assolto, perché l’indifferenza è complicità.
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Torino. Antirazzisti al mercato

Sabato 29 gennaio un gruppo di antirazzisti della Rete “10 luglio antirazzista” si è dato appuntamento al mercato di Porta Palazzo per un presidio informativo. Il presidio è quasi subito diventato itinerante. Gli antirazzisti, aperti due striscioni, “Torino è antirazzista” e “W le rivolte nei paesi arabi”, sono partiti, seguiti passo passo dalla polizia politica. Al ritmo della Samba Band hanno fatto un lungo giro, chiudendo la giornata nella piazzetta del Balon.

Di seguito il testo del volantino, in italiano e arabo, distribuito tra i banchi del mercato, che invita all’assemblea antirazzista del 31 gennaio. Appuntamento in corso Ferrucci 65a
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Torino. Capodanno al CIE

Torino 1 gennaio 2011. Due blindati, due grupponi di poliziotti e finanzieri in assetto antisommossa e un folto nugolo di digos attendevano gli antirazzisti venuti a fare i fuochi di capodanno davanti al Centro di corso Brunelleschi.
In mattinata i quotidiani avevano diffuso la notizia che, grazie alla “direttiva rimpatri”, la normativa europea entrata in vigore il 24 dicembre, sei immigrati accusati di non aver ottemperato al decreto di espulsione, sono stati rimessi in libertà.

A Natale i reclusi avevano raccontato ai microfoni di radio Blackout di un pranzo a base di pasta fredda e immangiabile. Nel pomeriggio del 31 dicembre quattro grosse borse piene di cose buone sono state consegnate ai prigionieri delle quattro sezioni “operative” del Centro, la rossa, la verde, la viola, la gialla. Sorrisi e complicità hanno accolto il dono, specie nella sezione femminile.
In contemporanea, da un balcone di fronte, ben visibile dall’interno del CIE, è stato appeso uno striscione bianco con la scritta “Freedom”: un fumogeno rosso lo ha illuminato.

Allo scoccare della mezzanotte davanti al muro del Centro sono partiti slogan e battiture.
Libertà, libertà, libertà. E poi i fuochi, i petardi, i fumogeni. Quelli dell’antisommossa si sono spostati lesti lesti un po’ più in là. Gli antirazzisti, numerosi nonostante il freddo, si sono fatti sentire ancora più forte.
Un lungo anno è appena trascorso. Fuori e dentro le gabbie è cresciuta la resistenza: a noi tutti l’impegno perché non sia troppo in là un tempo senza muri e senza gabbie.
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Lenzuola annodate

Brescia, sabato 18 dicembre. La vendetta dello Stato contro gli immigrati più attivi nella lotta contro la sanatoria truffa non accenna a placarsi: retate, fermi, deportazioni. Per fortuna non sempre le ciambelle riescono con il buco. Noureddine ed Andrei, fermati e portati al CIE di Modena, perché la loro domanda di regolarizzazione è stata respinta, sono stati liberati per un vizio di forma. Ascolta Noureddine e Andrej ai microfoni di radio Onda D’urto.
Immigrati e antirazzisti si preparano alle festività di fine anno annunciando che non ci sarà nessuna tregua natalizia. Sabato pomeriggio c’è stato un presidio davanti alla stazione e all’interno del centro commerciale “Freccia Rossa”.

Torino, sabato 18 dicembre. Presidio antirazzista in piazza Castello per parlare delle ultime lotte al CIE di Torino, delle rappresaglie a Brescia, di Eldhy lasciato senza cure e morto in una cella gelida… ossia dell’Italia al tempo dei lager. Si conclude con un giro informativo in via Garibaldi e poi al mercatino davanti al comune. Leggi qui il volantino distribuito per l’occasione. Ascolta l’intervista a radio Onda d’Urto di una compagna della Rete “10 luglio antirazzista”.

Malpensa, sabato 18 dicembre. Una cinquantina di persone hanno dato vita ad un corteo contro le deportazioni all’aeroporto di Malpensa. La polizia, presente in forze, non ha permesso ai manifestanti di entrare nel terminal. Un gruppetto armato di striscione e volantini è comunque riuscito a passare. I manifestanti hanno ricordato la vicenda di “Mimmo”, deportato per aver partecipato alla lotta degli immigrati bresciani. Un cartello invitava al boicottaggio delle compagnie che collaborano alle espulsioni. Qui trovi il volantino di indizione e qui puoi leggere un resoconto della giornata.

Milano, domenica 19 dicembre. Ci hanno provato in undici, ma solo quattro sono riusciti a riguadagnare la libertà, fuggendo dal CIE di via Corelli. Lenzuola annodate e poi e poi via, lontano.

Tante iniziative nell’auspicio che tante altre lenzuola si annodino, che cresca la solidarietà e la resistenza alla barbarie.
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Torino. Da 14 giorni in sciopero della fame

Giovedì 16 dicembre. Hassan e Arbil, in sciopero della fame da ormai 14 giorni al CIE di corso Brunelleschi, sono decisi a non mollare. Hassan, visitato ieri all’ospedale “Martini” di via Tofane, è dimagrito di 12 chili ed ha ancora nell’intestino una pila e due bulloni ingoiati nel corso della protesta. Anche Bachir, in sciopero dall’8 dicembre, va avanti.
Si moltiplicano le iniziative di informazione e sostegno alla loro lotta. Una lotta di libertà.
Dopo i presidi di sabato 18, nella mattinata di ieri c’è stato un volantinaggio informativo al “Martini” per sensibilizzare medici e sanitari su quanto avviene al CIE e sulla pratica diffusa di addomesticare i referti medici di chi arriva pesto e sanguinante dai centri.
In prima serata c’è stato un presidio volante di fronte al muro di via Monginevro, quello più vicino alle celle di isolamento, dove sono rinchiusi al freddo Hassan ed Arbil. Grida e slogan di saluto sono state rivolte ai reduci della rivolta del 12 dicembre in via Corelli a Milano.

Prossimo appuntamento sabato 18 dicembre dalle 15 in piazza Castello angolo via Garibaldi. Per raccontare dell’Italia al tempo dei lager, delle lotte nei CIE e del nuovo “pacchetto sicurezza” in discussione in queste ore in parlamento. Continue reading

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Torino. Antirazzisti in piazza, al CIE e… al banchetto del PDL

Domenica 12 dicembre. Nel pomeriggio appuntamento nella centralissima piazza Castello affollata per le compere natalizie.
Messe in centro alla piazza le transenne che da qualche settimana blindano il palazzo della Regione, più volte assediato dagli studenti in lotta contro la riforma Gelmini, appeso lo striscione “Torino è antirazzista”, è partito un vivace presidio con Samba Band, distribuzione di volantini e interventi per raccontare di Hassan e Arbil. Condannati dal tribunale a meno di due anni per la rivolta del 14 luglio al CIE di Torino, vi hanno fatto ritorno dopo cinque mesi di galera. Sono in sciopero della fame da 11 giorni: chiedono di essere tolti dall’isolamento e di avere una cella riscaldata. Hassan ha ingoiato due bulloni e una pila. Nella notte di venerdì 10 si è sentito male, provato dallo sciopero e forse dall’ingestione di qualche altra porcheria, nella notte è stato condotto all’ospedale. Dopo quella sera il cellulare di Hassan è rimasto spento.

Nel nostro paese il deserto della disinformazione fa capolino dietro la valanga di informazioni che ci investe quotidianamente. Troppi non sanno neppure cosa sia un CIE e perché uomini e donne vi siano rinchiusi. Troppi non sanno che la clandestinità è la condizione “normale” per un immigrato nel nostro paese. Entrarci legalmente significa avere in tasca un contratto di lavoro: voi conoscete qualche padrone disposto ad assumere un operaio a duemila chilometri di distanza, senza averlo mai visto? Troppi non sanno nulla delle rivolte, delle fughe e delle violenze quotidiane che scandiscono la vita di chi è rinchiuso – sino a sei mesi – in uno di questi moderni lager della democrazia. Una signora molto anziana, piccina compita, elegante nel suo cappottino rosso made in China, dice “è sempre la stessa storia, se la prendono con la povera gente”. In una battuta questa donna ha riassunto il senso di una lotta, che, in primis, è lotta perché la “povera gente” smetta di essere tale. Un marocchino alto, allampanato, lo sguardo un po’ febbrile ci dice “ho perso il lavoro, tra poco mi scade il permesso, ho due figli… cosa posso fare?”

Dopo un paio d’ore gli antirazzisti si spostano sull’altro lato della piazza, all’angolo con via Roma, dove c’è un banchetto del PDL. In testa la Samba Band che suona e grida “libertà è cacciarvi di qua!”. Si schiera l’antisommossa e anche una piccola folla di gente che osserva la scena: quelli del PDL danno in escandescenze e gridano un ormai trito “andate a lavorare!”, cui gli antirazzisti rispondono per le rime, ricordando come il lavoro sia sempre più duro, pericoloso, malpagato, senza tutele grazie alle leggi emanate dal governo Berlusconi. Stupiti dello stupore di chi proprio non capisce ci guardano allibiti, quando dal megafono una compagna dice “dopo Berlusconi noi non vogliamo nessun governo, perché la libertà, quella vera, non delega a nessuno il proprio futuro, perché non c’è giustizia sociale se non si mandano via tutti i padroni”. Un applauso spontaneo della folla accompagna il passaggio sulla sanità per i cittadini di serie A, quelli che possono pagare, e la sanità per cittadini di serie B, quelli cui tocca lavorare per pochi euro al mese e le cure non possono proprio pagarsele.

Ma la giornata non finisce lì. Gli antirazzisti si spostano al CIE di corso Brunelleschi. Al ritmo della Samba, si fa il giro per andare all’ingresso principale che, dopo la ristrutturazione di due anni fa, è stato spostato in via Mazzarello. Si fa qualche intervento sperando che riesca ad oltrepassare il muro: dall’altra parte arriva un “grazie!”. Poco prima dell’ingresso si schiera l’antisommossa per bloccare il passaggio, gli antirazzisti li aggirano e si piazzano sull’ampia pensilina spartitraffico di fronte al CIE. Due compagne vanno comunque dall’altra parte per avere notizie dei ragazzi in sciopero della fame, in isolamento al freddo e senza più collegamento con l’esterno.
Esce infine un “responsabile” che rifiuta di dire il suo nome e pontifica su quel giardino delle delizie che si trova al di là del muro. A suo dire Hassan sta bene, al caldo, visitato dai medici.
Il guardiano del lager – rigorosamente celato dietro all’anonimato – canta la sua canzone, peccato che da oltre quel muro, giorno dopo giorno, per anni sia arrivata ben altra musica.
Il messaggio, quello che più conta, l’hanno dato gli antirazzisti: siamo qui, sappiamo quello che succede, avete i nostri occhi addosso.
Nel frattempo al CIE di Torino hanno trasferito una decina di immigrati reduci dalla rivolta che la notte precedente aveva gravemente danneggiato il CIE di via Corelli a Milano. Molti sono messi male perché la polizia è entrata nelle sezioni, pestando a sangue i ribelli. Una mattanza feroce.
Nella mattinata di lunedì 13 dicembre ridanno il cellulare ad Hassan, che è sempre più debole, ma determinato a non mollare la lotta.
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CIE di Torino. Sette giorni di sciopero della fame

Giovedì 9 dicembre. Hassan e l’altro tunisino rinchiusi al freddo in isolamento continuano lo sciopero della fame nel centro di corso Brunelleschi. Un paio di giorni fa Hassan ha ingoiato dei ferri. Per una settimana i due immigrati non erano stati né visitati né curati. Solo oggi sono stati portati all’ospedale, il “Martini” di via Tofane. Il medico che li ha visti – dopo aver parlato con Hassan – ha protestato con i guardiani. Al ritorno al CIE è stato loro promesso che il riscaldamento verrà riparato. La soluzione più semplice, quella di portarli in un reparto “normale” al caldo non è stata nemmeno presa in considerazione. È la vendetta di poliziotti e crocerossini verso chi si è ribellato. Non è bastata la dura condanna subita per la rivolta di luglio, un po’ di tortura non poteva mancare. Per carità niente di che: una tortura sotf, democratica. Il freddo, l’isolamento, l’indifferenza e, quando ci scappa ci scappa, una buona dose di legnate. Continue reading

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Torino. Condanne, pestaggi umiliazioni per i ribelli del CIE

Sabato 4 dicembre. Il 2 dicembre sei immigrati tunisini sotto processo per la rivolta dello scorso 14 luglio sono stati condannati dal tribunale di Torino. Accolte dai giudici le richieste del PM di pene comprese tra l’anno e mezzo e i due anni e otto mesi. Ai tre con meno di due anni è stata concessa la sospensione condizionale e sono stati ricondotti al CIE. Messi in isolamento in una sezione senza riscaldamento hanno protestato, chiedendo di essere trasferiti nelle aree comuni. La risposta è stata chiara e secca: un ragazzo è stato pestato e portato non si sa dove. Secondo Hassan, uno dei suoi due compagni, potrebbe essere in infermeria oppure in carcere. Lo stesso Hassan, condotto dal giudice di pace per la convalida, è stato obbligato, unico tra altri cinque, ad una umiliante perquisizione personale. I due tunisini sono ora in sciopero della fame.
Chi volesse protestare per quest’ennesimo sopruso può chiamare il CIE e dire la propria. Questi sono i numeri: 011 5588778 – 011 5588815
Ascolta qui la testimonianza di Hassan ai microfoni di radio Blackout
Questa sera – alle 19 – presidio solidale al CIE di corso Brunelleschi.
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Torino. Gli immigrati alzano la testa

Sabato 27 novembre. In piazza contro la truffa della sanatoria “colf e badanti”. Ma non solo. In piazza contro l’intero mosaico normativo costruito per asservire e ricattare i lavoratori stranieri. Contro vecchi e nuovi pacchetti sicurezza, contro i CIE, contro i militari in strada, contro il permesso a punti, l’ultima trovata – ormai ai blocchi di partenza – per piazzare altre trappole sulla strada di chi emigra nel Bel Paese per afferrare un’opportunità di vita.
Il corteo – indetto dalla Rete “10 luglio antirazzista” – partito da Porta Nuova intorno alle 15 – ha attraversato le strade di S. Salvario per poi dirigersi in centro e concludersi davanti al Palazzo della Regione Piemonte.
Dietro allo striscione “Torino è antirazzista” c’erano le associazioni degli immigrati e i sindacati di base, i centri sociali e gli occupanti di case, gli studenti in lotta e i rifugiati, c’erano le formazioni nate dalla diaspora comunista. Duecento compagni e compagne hanno dato vita allo spezzone dell’anarchismo sociale aperto dallo striscione “La dignità non chiede permesso. Nostra patria è il mondo intero”. Con gli anarchici ha sfilato anche una delegazione del coordinamento immigrati di Alessandria e provincia.
Ben oltre il migliaio i partecipanti, che, negli interventi e negli slogan, hanno puntato l’indice contro una legislazione che strangola le vite degli stranieri, asservendoli al lavoro “che rende liberi”, perché solo chi ha un lavoro regolare ha il diritto legale di risiedere in Italia. Molti, troppi, sono obbligati a chinare la testa per non perdere il lavoro e, quindi, anche i documenti. Chi, invece, un lavoro regolare non c’è l’ha, vive nel limbo degli irregolari, degli apolidi di ogni tempo, sempre all’erta, sempre a rischio di essere scoperto, chiuso in un CIE e poi deportato.
Gli immigrati e gli antirazzisti lo hanno detto e gridato con forza: “è la legge che crea i clandestini”. I clandestini sono utili, utilissimi: chi dice di non volerli, chi dichiara che li getterebbe tutti a mare, in realtà non può fare a meno di loro. Costano poco e faticano tanto. Finché dura è una pacchia per i padroni che lucrano sulle vite di tutti i lavoratori. Non importa se stranieri o italiani: ai padroni interessa il colore dei soldi, non quello della pelle.
Il corteo di ieri a Torino è uno dei tanti segni, grandi e piccoli, che gli immigrati stanno alzando la testa: sono stanchi di aver paura e cominciano a pensare che è tempo di fare paura.
La strada è tanta e tutta in salita. Di questi tempi occorre puntare al cielo per restare in piedi, per porre la basi per spezzare questo sistema di oppressione sfruttamento. Continue reading

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Antirazzisti al Torino Film Festival

Torino, venerdì 26 novembre. Serata inaugurale del TFF con tanta gente ben vestita e camionette dei carabinieri in assetto antisommossa all’ingresso. Mentre la digos era impegnata con gli studenti universitari giunti in corteo da Palazzo Nuovo occupato, gli antirazzisti, rapidi ed elegantissimi nei loro giacconi invernali, sono entrati nel teatro.
Di fronte al pubblico della platea è stato aperto lo striscione “Torino è antirazzista”, dai palchi in alto è stato appeso lo striscione “contro la sanatoria truffa – permesso di soggiorno per tutti”. Un lungo applauso ha accolto l’arrivo degli antirazzisti e l’intervento letto da un giovane immigrato.
All’uscita gli antirazzisti si sono uniti agli studenti e in corteo spontaneo hanno raggiunto la sede delle facoltà umanistiche. Continue reading

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Torino. Immigrati contro la truffa della sanatoria

Mercoledì 24 novembre, fronte del lavoro. Oltre duecento persone, in buona parte immigrati, si sono dati appuntamento davanti alla Prefettura per un presidio contro la sanatoria truffa e il permesso a punti. Slogan, tamburi, e tanta rabbia per chi, nella sanatoria colf e badanti dello scorso anno, aveva intravisto una via di fuga dalla clandestinità, dalla vita sotto ricatto, dal lavoro nerissimo e pericoloso.
Una delegazione di immigrati è stata ricevuta in prefettura.
Al ritorno hanno riferito che al momento le domande dei truffati sono ferme. Probabilmente il governo aspetta che la situazione si calmi prima di far ripartire la macchina. Nel frattempo gli immigrati continuano a pagare i contributi, aspettando un pezzo di carta che molti non avranno.
Nell’assemblea di piazza che ha concluso la manifestazione tutti si sono dati appuntamento a sabato 27 – ore 14 da Porta Nuova – per il corteo cittadino promosso dalla Rete “10 luglio antirazzista”. Continue reading

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Torino. Niente cure per chi si fa male

Dopo le proteste e i gesti di autolesionismo di venerdì, sabato 21 novembre altri ragazzi si cuciono la bocca, ingoiano oggetti e vengono posti in isolamento. Domenica 22, nell’area rossa, dove erano stati concentrati i prigionieri evacuati dalla gialla, alcuni detenuti cominciano uno sciopero della fame.
La mattina successiva la polizia sequestra i telefonini nell’area rossa per impedire i contatti con l’esterno.
Nel pomeriggio alcuni prigionieri si tagliano con una lametta mani e piedi per protestare per la mancata assistenza a chi si era cucito le labbra o ingoiato pile.
I centralini del CIE sono intasati dalle telefonate degli antirazzisti che esprimono la loro indignazione.
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Torino. Bocche cucite al CIE

Torino 19 novembre. Riparte, forte e disperata, la protesta nel CIE di corso Brunelleschi. Nella tarda mattinata un recluso si cuce la bocca per protestare contro il prolungarsi della detenzione: lo mettono subito in isolamento. Non riescono tuttavia a bloccare il diffondersi della protesta. Nel tardo pomeriggio tre immigrati si cuciono le labbra, altri due ingoiano pile.
In serata presidio al CIE. I quattro immigrati vengono portati in ospedale e poi rilasciati con foglio di via.
La mattina dopo si cuciono altri sei, altri due ingoiano oggetti e detersivo. Vengono tutti posti in isolamento e parte una perquisizione. Continue reading

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Torino. Fini e Olivero, compagni di merende

Torino 19 novembre. Una ventina di compagni della Rete “10luglioantirazzista” si sono dati appuntamento al Sermig, dove era atteso il presidente della Camera, il (post)fascista Fini. Aperto uno striscione in cui campeggiava la scritta “Fini fa i clandestini, Olivero ci fa i quattrini” hanno accolto rumorosamente Fini. Carabinieri e digos di sono schierati a difesa del corteo di auto blu.
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